Tre film sull’empatia, per sognare insieme, col ‘Social Dreaming’

Tre serate e una mattina affollate e ricche di emozioni e riflessioni, tra cinema e sogni, nei locali molto accoglienti del Wanted Clan (http://wantedcinema.eu/wantedclan/) di MIlano, in via Atto Vannucci, 13 (zona Porta Romana). Con Giancarlo Stoccoro, psichiatra e psicoterapeuta, autore di “Occhi del sogno” (Fioriti, 2012) ed Elena Nascimbene, psicosocioanalista, ho immaginato ‘Ciak si sogna- Empatia’ (qua il link all’evento Facebook www.facebook.com/events/365637197572497/:  un breve ciclo di tre film per tracciare un intenso percorso tematico ed emozionale attorno all’empatia, grazie al metodo del Social Dreaming (sognare sociale, sognare insieme, condividere sogni e libere associazioni per generare nuovi pensieri e nuove idee), metodo e tecnica di gruppo elaborata dal psicosocionanalista Gordon Lawrence alla fine degli anni ’70 e che ha avuto da allora innumerevoli applicazioni in contesti organizzativi, professionali, sociali, educativi, ecc.

In questa ‘variante’ del metodo, l’esperienza di gruppo del Social Dreaming viene attivata attraverso lo stimolo dei film.

I tre film

La proposta di ‘Ciak si sogna – Empatia‘ ha previsto tre  film (due dei quali – non a caso – diretti da donne) di ambientazione differente (la città e la provincia, l’Europa e gli USA) ma sempre attuale, scenari dove tutti noi possiamo ri-conoscerci. Ciascuno dei film esplora dimensioni diverse ma complementari dell’empatia: nel rapporto tra l’individuo e la comunità, tra giovani e anziani, nelle relazioni tra donne, nelle relazioni lavorative e in quelle affettive. Come i film che abbiamo amato, che amiamo, che ameremo e che rivedremo, anche i sogni fanno da ponte tra le persone, annullando distanze che sembrano incolmabili, come quelle che separano la solitudine e l’amore .

venerdì 18 gennaio : Lucky, di John Carroll Lynch, USA, 2017 – 88’

In uno sperduto villaggio dell’Arizona, circondato dal deserto, in una atmosfera trasognata, la storia di un uomo anziano e della comunità intorno a lui (il film è l’ultima grande prova d’attore di Harry Dean Stanton, e vede con cast anche il regista David Lynch)

venerdì 1 febbraio  Le ricamatrici, Eleonore Faucher, Francia 2004 – 89’

Un legame silenzioso, un rapporto di comprensione e aiuto reciproco che si instaura a poco a poco, nel lavoro come nella vita, tra due donne, una vedova matura che ha da poco perso il figlio, e una giovane diciasettenne che aspetta un bambino.

Venerdì 15 e sabato 16 febbraio (doppio appuntamento, vedi sopra)

 Corpo e anima, Ildiko Enyedi, Ungheria 2017 – 116’

Nell’Ungheria di oggi, all’interno di un mattatoio, una ispettrice di qualità e il direttore finanziario scoprono, grazie alla forza del sogno, sorprendenti ‘affinità elettive’, riscoprendo emozioni a lungo trattenute dentro di loro.

Avevo scritto aul film qua: http://www.cinecriticaweb.it/film/corpo-e-anima/

Per questo terzo e ultimo appuntamento del ciclo con  il  magnifico film  della regista ungherese Ildikò Enyedi “Corpo e Anima” (2017, un film dove il sogno è il filo rosso delle vicende…)  è stato prescelto un  format più disteso e articolato e maggiormente in linea con le esperienze più frequenti  di questa variante metodologica. Alla visione del film  venerdì 15 febbraio hanno fatto quindi seguito l’indomani mattina  (dopo averci dormito e soprattutto sognato su….)  due matrici   (lo spazio temporale che contiene la condividisione dei sogni e delle libere associazioni) di Social Dreaming e il dialogo finale,  per riannodare i tanti  fili dei sogni….

Scarica qua la Locandina WANTED Ciak si sogna Empatia  (con una immagine ‘di sogno’)

Seguite la pagina :  https://www.facebook.com/CiakSiSogna/it

e il blog  www.ciaksisogna.it

Miei articoli sul blog www.ciaksisogna.it

http://www.ciaksisogna.it/2018/05/31/torneranno-i-padri-nei-nostri-sogni/

http://www.ciaksisogna.it/2018/03/10/immagini-a-bassa-voce-nei-luoghi-di-milo-de-angelis/

http://www.ciaksisogna.it/2018/01/15/doppi-sogni-tra-lo-schermo-e-le-pagine/

Stay Tuned per nuove esplorazioni tra cinema e sogno!

Sergio Di Giorgi

Alcune immagini delle serate:

presentazione sorrisipizze calde


foto sala e schermo Corpo e Anima

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La forza di sognare insieme, col cinema

I sogni sono tornati. Grazie anche al cinema. Pochi giorni fa, in una bella serata nella cornice assai piacevole e intrigante di Wanted Clan, la nuova sala di Wanted Cinema in via Vannucci 13 a Milano).  Un posto, per chi non lo conoscesse ancora, su due livelli: al piano di sopra è come stare in una casa privata, arredata con gusto allegro e vintage, dove spicca un coloratissimo e molto pop angolo bar, oltre a uno schermo e a un pianoforte;  mentre  quello di sotto  è un po’ una cripta, ma dalle alte volte, per nulla claustrofobica, con uno schermo più grande, vecchie sedie di legno con cuscini e degli enormi pouf.

Quella sera,  il film di Viviana Nicodemo “Sulla punta di una matita”, che racconta la vita e i luoghi poetici  di Milo De Angelis, ha introdotto una esperienza di “Social Dreaming” condotta da Giancarlo Stoccoro. Circa 30 persone, di età e  background personali e professionali molto diversi tra loro hanno condiviso sogni, pensieri, libere associazioni, a partire dalle emozionanti immagini del film. Alla fine sembravano tutti soddisfatti. Anche perchè il potere trasformativo del gruppo era stato molto forte…ma non aggiungo altro su questo.

A Milo De Angelis e a Viviana Nicodemo che in questi mesi, con le parole e con le immagini, mi hanno regalato tante emozioni, ho voluto dedicare queste poche note sparse, un po’ che intime, come si conviene, del resto,  con i sogni.

Pero’ vi si parla di Ermanno Olmi, Adriano Celentano, Robert Guédiguian, Antonio Tabucchi.

Le ho pubblicate sul blog http://www.ciaksisogna.it che abbiamo creato con Giancarlo Stoccoro ed Elena Nascimbene.  http://www.ciaksisogna.it/2018/05/31/torneranno-i-padri-nei-nostri-sogni/?preview_id=454&preview_nonce=eacd508da8&_thumbnail_id=455&preview=truedownload

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Immagini a bassa voce, in punta di matita. La poesia e i luoghi di Milo De Angelis

Foto De Angelis (Nicodemo) (foto Viviana Nicodemo)

 

Venivi innanzi uscendo dalla notte

recavi fiori in mano

ora uscirai fuori da una folla confusa,

da un tumulto di parole intorno a te.

 Ezra Pound (da “Francesca”, 1926)

 

“Ci vorrebbe più silenzio, e anche più ombra”. Più silenzio per ascoltare le parole, per ritrovarle tra quel “tumulto” che ci assale, martellante, ogni giorno,  da tante fonti diverse; più ombra per vedere le immagini, per riconoscerle tra quella selva di segni che ci avviluppa. La parola della letteratura, la parola, ancora più rara e fragile, della poesia. La parola ‘data’, una parola donata, ma anche un impegno, una promessa, una cura, quella di una “poesia che ci guarda”.  Qualcosa di condiviso, uno sguardo che crea una relazione di circolarità, dunque una dimensione che in fondo attiene al sacro (‘La parola data’ è il titolo assai bello di una raccolta di interviste e conversazioni  con il poeta Milo De Angelis edita da Mimesis nel 2017).

Se cadono il silenzio e l’ombra, e poi arriva persino il buio,  si aprono spazi di attenzione verso la parola e verso le immagini. Siamo pronti, tutti insieme, alla visione, come nel vecchio (ma che non muore) rito della sala cinematografica. “Sulla punta di una matita”,  il film che l’attrice e fotografa Viviana Nicodemo ha dedicato alla poesia di Milo De Angelis e ai suoi luoghi dell’anima, richiede attenzione e forse anche un po’ di buio.

Sul film trovate qua alcune mie riflessioni:

http://www.ciaksisogna.it/2018/03/10/immagini-a-bassa-voce-nei-luoghi-di-milo-de-angelis/

Spero si possa vedere presto il film a Milano – quella Milano che, insieme alla poesia di  De Angelis,  è la protagonista del film, con i suoi cortili, le case di ringhiera, i nuovi grattacieli direzionali,  le sue strade notturne, ecc. Magari, attraverso la poesia delle immagini e la musica stessa della parola poetica, ci saranno altri sogni da fare insieme, “sogni sociali” (Social Dreaming),  per scoprire nuove visioni e prospettive, o quantomeno – cosa oggi più importante che mai – per sentirci meno soli…

per saperne di più vai su :

http://www.ciaksisogna.it/

Stay Tuned!

Doppi sogni, tra corpo e anima. I sogni di Ildiko Enyedi, i sogni di Kafka.

“Così come avviene tra i film che abbiamo visto e i libri che abbiamo letto (a maggior ragione se i primi sono ispirati ai secondi), i film e i sogni si rimandano e si rincorrono a vicenda, anche a distanza, nello spazio e nel tempo. Sono i  film e i sogni  vissuti in prima persona (e che abbiamo magari rivisto e risognato a lungo), ma anche i film visti dagli altri e i sogni fatti dagli altri,  che risuonano in noi nel loro racconto. Spesso facciamo gli stessi sogni, a volte scopriamo che gli altri fanno i nostri stessi sogni,  ma in ogni caso sono sogni sempre diversi,  come diversi siamo noi stessi (insieme ai nostri sogni, ai nostri film, ai nostri libri) nel tempo. Doppi sogni…”

A partire dalle suggestioni del bellissimo Corpo e Anima della regista ungherese Ildiko’ Enyedi ho scritto un breve testo per un blog al quale ho iniziato a collaborare – http://www.ciaksisogna.it

Qua trovate il testo integrale: http://www.ciaksisogna.it/2018/01/15/doppi-sogni-tra-lo-schermo-e-le-pagine/

Il  blog vuole esplorare, da una parte, il rapporto tra cinema e sogno e, dall’altro, le possibili applicazioni del linguaggio cinematografico al metodo del Social Dreaming (“sognare sociale”, “sognare insieme”,  ovvero l’uso sociale del sogno) elaborato negli anni ’80 del secolo scorso dal socioanalista inglese Gordon Lawrence.

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http://www.ciaksisogna.it

Stay Tuned!

 

 

Quella “scuola buona” di Don Milani, che rivive anche nel cinema.

A oltre mezzo secolo dalla morte di Don Lorenzo Milani, e oltre 60 anni dopo l’inizio dell’esperienza della scuola popolare di Barbiana un emozionante documentario – Barbiana ’65. La lezione di Don Milani di Alessandro G.A. D’Alessandro riporta alla luce l’unica preziosa testimonianza audiovisiva di quell’esperienza (il filmato inedito del padre del regista, rimasto nei cassetti della RAI per 50 anni) e rivela al tempo stesso, attraverso testimonianze e altri materiali d’archivio, la “dirompente attualità” di quel magistero, delle sue pratiche e intuizioni, e delle sue domande inevase.

In un articolo pubblicato nel numero di dicembre 2017 di “Learning News”, rivista on line dell’AIF-Associazione Italiana Formatori  ho voluto ripercorrere la genesi di quel primo documentario del 1965 e di quest’ultimo (presentato come evento speciale alla scorsa Mostra Internazionale del Cinema di Venezia) segnalando alcuni aspetti di quella “attualità” anche per gli educatori e formatori di oggi e di domani.

Questo il link

http://associazioneitalianaformatori.it/download/articoliln/2017/LN1217_DiGiorgi.pdf

locandina Barbiana '65

‘Voi siete Li’. Mappe del viaggio e autonarrazione nel cinema di Andrea Segre.

La memoria necessaria.

Giusto dieci anni fa, con  Come un uomo sulla terra  (2008, co-diretto con il  documentarista etiope Dagmawi Yimer), Andrea Segre (41  anni, originario di Padova, Italia, profondo Nord, e cittadino del mondo) portava a noi, senza mediazioni, il racconto in presa diretta delle moderne Odissee di quelle persone che ormai indistintamente chiamiamo migranti: uno di quei termini comodi e flessibili (un altro e più trasversale esempio è diversi) frequentemente trasformati in nomi collettivi per meglio catalogare gli esseri umani.

In una recente intervista  (di Chiara Spadaro per  “Altraeconomia”), il regista mette in guardia sull’ipocrisia insita proprio nei vari termini con cui designiamo le persone che arrivano sul nostro territorio. Vi è infatti spesso sottesa la volontà  di limitare il nostro intervento solo a quanti  abbiano un formale titolo giuridico all’accoglienza, mentre “dovremmo guardare ai bisogni delle persone e parlare di diritto alla mobilità: la possibilità di ciascuno di muoversi”. Segre evoca qui  un approccio giuridico e concettuale strategicamente più avanzato rispetto  alla più globale  questione migratoria, approccio che era alla base anche della “Carta di Palermo” del marzo 2015,  di cui riportiamo l’incipit : “I problemi legati alle ormai quotidiane migrazioni devono e possono trovare soluzione solo se si inseriscono nella cornice della mobilità come diritto. Bisogna cambiare approccio: dalla migrazione, appunto, come sofferenza, alla mobilità come diritto (corsivo nostro). Nessun essere umano ha scelto, o sceglie, il luogo dove nascere; tutti devono vedersi riconosciuti il diritto di scegliere il luogo dove vivere, vivere meglio e non morire”.

Sin dall’inizio attratto dai temi delle culture e dei popoli marginali (il suo primo documentario, datato 1998, parlava dello sterminio dei popoli zingari)  il cinema di Segre ci accompagna, film dopo film (la sua filmografia conta oggi oltre venti titoli),  verso un altro punto di vista, quello dell’ altro da noi, e, al contempo,  svela i meccanismi politici e mediatici  che influenzano e modellano, sul piano sociale, il rapporto tra noi e gli altri. Meccanismi che, ad esempio, indirizzano, in quantità e qualità,  i flussi migratori o le politiche (o le non politiche) di accoglienza/integrazione vs quelle di respingimento/contenimento; o che sorreggono le famose  “narrazioni” (un ben noto case-study  è quello che nei mesi scorsi, e nel volgere di poche settimane,  ha visto rovesciare la narrazione, per l’appunto, sul ruolo svolto da tempo dalle ONG nelle operazioni di recupero e salvataggio nel Mediterraneo). L’approccio e gli obiettivi di quel cinema sono del resto gli stessi alla base del lavoro di produzione e distribuzione dell’associazione ZaLab di cui Segre è uno dei fondatori: sviluppare le capacita di auto-narrazione di comunità gruppi e persone che si trovano in condizioni di marginalità e/o debolezza sociale, come sono sempre anche i migranti (a maggior ragione se “economici”); coinvolgere attivamente le comunità e i quartieri (come nel caso del progetto Flying Roots nel quartiere Esquilino di Roma); creare, grazie anche all’attivazione di circuiti di distribuzione civile, ovvero non commerciali, delle opere prodotte, contesti sociali favorevoli all’auto-narrazione (sulla mission dell’associazione si veda questa intervista a Mario Aiello, un altro dei soci di ZaLab).

Era stato proprio Come un uomo sulla terra, visto più che nelle sale cinematografiche (nel 2008 ancora sostanzialmente chiuse al cosidetto “cinema del reale”), in svariati ambiti culturali, educativi, associativi,  ecc. a portare a noi, tra i primi,  le orribili testimonianze di coloro che fuggivano dall’Africa sub-sahariana attraverso la LIbia. Quel film fu anche uno tra i primi a denunciare “non solo l’atrocità della polizia e dei contrabbandieri libici nei confronti dei migranti, ma sopratutto il sostegno economico e logistico dell’Europa e dell’Italia che, pur avendo le informazioni su questa violenza, preferivano stare in silenzio” (come scriveva sul suo blog  Andrea Segre, a proposito della “necessità della memoria”). E, sempre a proposito di memoria (purtroppo assai corta ormai in Italia), non va dimenticato che già nel febbraio 2012, la Corte Europea dei Diritti Umani, con una storica sentenza, aveva condannato il nostro paese per le politiche di respingimento ed espulsione dei  migranti praticate proprio dal governo Berlusconi-Maroni ai sensi della legge “Bossi-Fini” e alle quali si riferiva quel film, come pure il successivo Mare chiuso (2012).

In anni più recenti (in particolare dal 2011, data del suo primo, pluripremiato lungometraggio Io sono Li), il cinema di Andrea Segre ha registrato un costante travaso tra documento e finzione. Ma occorre  intendersi sulle parole. Cinema come documento è per Segre la ricerca di una verità dei fatti – verità spesso artatamente nascosta da chi ha il potere e l’interesse a farlo –   ma che per essere credibile deve essere “oggettiva”, documentale (l’etimo di documento rimanda all’insegnamento e all’esempio). Un cinema che, in senso ancora una volta etimologico e parafrasando il titolo di un recente saggio di Dario Zonta, compie una vera e propria “invenzione del reale” – che nasce da e ritrova ad ogni passo il reale –  anche, s’intende, nelle storie  di “finzione” (storie che,  come nel caso del suo terzo e più recente lungometraggio L’ordine delle cose, riescono a raggiungere pubblici più vasti e compositi, scontando per questo l’adesione a qualche compromesso sul piano narrativo, qua la mia recensione su Cinecriticaweb”).

Traceability is Credibility: tracciare le mappe, perchè il racconto sia creduto.

Il cinema di Andrea Segre, dunque, muove da un approccio a un tempo e indissolubilmente etico ed estetico, narrativo (e auto-narrativo) e pedagogico. Questo doppio registro informa in maniera assai esplicita la struttura del documentario del 2014, Come il peso dell’acqua, firmato da Segre insieme a Giuseppe Battiston, Stefano Liberti e Marco Paolini (trasmesso su RAI 3 nel primo anniversario della tragedia del 3 ottobre 2013 quando di fronte all’isola di Lampedusa morirono 368 migranti, quasi tutti eritrei) In piano ravvicinato ascoltiamo le storie terribili di tre donne  – Gladys, partita dal Ghana nel 2004, Semhar, che ha lasciato l’Eritrea nel 2009, e Nasreen, siriana, anche lei partita per l’Europa, nel 2013 –  che rievocano il loro viaggio infernale verso l’Europa, la  fame, la sete, gli stupri, le violenze. I loro racconti si inscrivono però in una scenografia ben precisa:  un teatro di posa dove Giuseppe Battiston – che rappresenta un uomo bianco, ben vestito, di media cultura – dà vita a uno straniante monologo fatto di dubbi, domande, ignoranza, paura,  mentre Marco Paolini è un cartografo che localizza per noi su una enorme mappa d’Europa stesa ai suoi piedi (e inquadrata dall’alto) i tanti muri sorti per sigillare i confini tra le nazioni europee e tra queste e l’Africa per far sì, in ultima analisi,   “che non arrivino più”,  secondo la “strategia del tappo”, intuitiva ed efficace espressione coniata da Emma Bonino, come ricorda il regista in una recente conversazione a tutto campo con Alberto Crespi. Le parole, i silenzi, i gesti delle donne, le immagini d’archivio dei ritrovamenti sul fondo del mare dei corpi dei naufraghi del 3 ottobre, la minuziosa ricognizione geo-politica di Paolini, gli oggetti reali e simbolici che affollano via via la scena, tutto questo, in un continuo rimando tra diversi punti di vista,  aiuterà, tanto con l’emozione che con la ragione, l’uomo-medio  Battiston a capire e forse a sciogliere alcuni dei suoi dubbi.

Come il peso dell’acqua. – Marco Paolini

Come il peso dell’acqua – Giuseppe Battiston

Questo impianto drammaturgico – che ha ricordato a Leonardo De Franceschi i “critofilm” sull’arte – è sicuramente debitore delle grandi lezioni  del “teatro sociale” e di narrazione di Paolini e Battiston. A me ha evocato anche il tentativo, che mi pare di riscontrare in molti artisti di diversa estrazione e cultura, di affrontare il dramma dei migranti con l’obiettivo dichiarato di cercare e/o di ricostruire  una “memoria visuale” e  “documentale”, nello spazio e nel tempo,  del loro viaggio. Un modo per salvare dall’oblio – e dall’oblio di una morte anonima e clandestina che in tanti casi ne è il tragico esito – alcune tracce di quel viaggio. Sono reperti, spesso oggetti di uso comune, reali e al tempo stesso simbolici, in grado di ricondurci alla identità e memoria personale di quelle persone (uomini, donne, anziani, adulti, ragazzi, bambini) e, in definitiva, alla nostra identità e memoria. E’ questo lo sguardo nuovo, profondo, intenso come l’ascolto della loro voce (e dei loro silenzi) che puo’ opporsi alla dilagante rappresentazione mediatica del corpo dei migranti come un’unica massa indistinta, come pure alla tendenza alla spettacolarizzazione ed estetizzazione, del loro corpo come pure della loro morte (che a volte, purtroppo,  ritroviamo anche nel cinema che tratta di questi temi).  Pensiamo dunque, a puro titolo  di esempio, ai lavori del fotografo documentarista Francesco Giusti, in particolare da In Case of Loss del 2011 a The Rescue del 2015 (ne parla in particolare qua Giovanna Gammarota). O al progetto partecipativo dell’artista irlandese Bryan Mc Cormack (che per oltre un anno ha lavorato con centinaia di profughi di diverse nazionalità chiedendo loro di realizzare tre disegni distinti sul passato presente e futuro della loro vita), Yesterday/Today/Tomorrow: Traceability is Credibility  presentato nei mesi scorsi alla Biennale d’Arte a Venezia.

Bouchra Kalili. The Mapping Journey Project

Spesso proprio l’atto di ripercorrere sulle mappe geografiche e con la voce over degli stessi protagonisti il viaggio compiuto dai migranti diviene il fulcro del progetto, come nel caso di The Mapping Journey Project della giovane artista franco-marocchina Bouchra Khalili (incluso nella Mostra “La terra inquieta” vista nei mesi scorsi a Milano, qua una intervista al curatore), 

Il cinema, dal canto suo, che lavora su tante dimensioni, sensoriali, emozionali, cognitive, può dispiegare in questo tutta la sua potenza. Il lavoro di Andrea Segre lo testimonia in maniera efficace.


Lo sguardo delle donne. Per un punto di vista “mobile”.

“Ho raccontato molte storie di donne anche in passato. A volte è il caso che mi ha portato da loro, ma l’aumento della presenza femminile nel corpo migrante è un dato di fatto e un segno di quanto diventi sempre più pesante il divieto di muoversi nella vita di tante persone (…) entrando nell’archivio di Ibi e dandole la voce del racconto, ho capito che il primo desiderio di un migrante che riceve un permesso di soggiorno è tornare a casa”.

In questo passaggio (tratto dall’intervista, già citata, su AltraeconomiaSegre parla della protagonista del suo più recente documentario, Ibi, una donna che aveva sbagliato (accettando una missione da corriere della droga tra Nigeria e Italia e scontando poi tre anni in carcere a Pozzuoli), ma che a partire da quell’errore aveva intrapreso in Italia – in quell’incredibile crogiuolo multietnico che è Castel Volturno e il litorale domiziano –   un percorso tutt’altro che facile di riscatto, lontana dai figli e dalla madre anziana rimasti in Africa, con l’aiuto di un nuovo compagno e della fotografia (ho parlato qua, sempre su Cinecriticaweb, di Ibi).

Ma Ibi (Ibitocho Sehounbiatou, nata in Benin, cresciuta in Costa d’Avorio, in Italia dal 2000 sino alla sua morte prematura nel 2015) è solo l’ultima, in ordine di tempo,  delle donne alle quali Segre dà la parola e restituisce identità e dignità. Nel suo primo, poetico e sanguigno a un tempo,  lungometraggio di finzione Io sono Li  il regista attiva,  a nostro avviso,  un progressivo slittamento del punto di vista. Da quello della comunità chiusa e provinciale dei pescatori di Chioggia, abituali avventori del bar dove giunge a lavorare una giovane donna cinese, di nome Li, a emergere via via, e a farci da specchio,  è proprio lo sguardo soggettivo della nuova arrivata, la straniera, la misteriosa (bravissima l’attrice Zhao Tao), che troverà, nè poteva essere altrimenti, affinità elettive con un altro straniero, per quanto già da tempo inserito nel contesto, Bepi, un “poeta” che guarda il mondo da una diversa prospettiva e possiede una piccola baracca di legno sospesa, come una palafitta, sulla laguna.

Un’immagine da “Io sono Li”, 2011

 

 

 

 

 

Di come i diversi punti di vista – tra l’ autonarrazione delle donne testimoni e il laborioso lavoro di “messa in scena” – si incrocino in Come il peso dell’acqua abbiamo già detto. Negli ultimi due suoi lavori, da poco apparsi anche nelle sale italiane, Segre in qualche modo radicalizza, ma in direzione opposta nell’uno e nell’altro caso,  la sua scelta del punto di vista. Per il suo terzo lungometraggio  L’ordine delle cose assume  programmaticamente il punto di vista a lui più “estraneo”, quello di Claudio RInaldi, un poliziotto esperto, in missione per conto del Ministero dell’Interno nel difficile e complicato scenario libico. A spingerlo, la curiosità di ogni vero narratore: voler “entrare nella testa di questa gente, provare a raccontare il mondo come lo vedono loro” (dalla conversazione già citata con Alberto Crespi). Se le vicende del film  ruotano intorno al suo protagonista maschile, anche il punto di vista femminile,  pur restando in secondo piano (come il personaggio della moglie del poliziotto),  ha un peso forte nello svolgimento del plot. E’ lo sguardo di una donna somala, Swada, nella bolgia di un centro di detenzione libico, a “scegliere” Rinaldi  e affidargli – racchiusi in una micro scheda per computer, anch’esso in fondo un piccolo ma importante reperto salvato dall’odissea di mare e di deserti del suo viaggio  – i dati e i contatti della sua vita e insime la speranza di poter un giorno riabbracciare il marito,  che nel frattempo ha raggiunto la lontana Finlandia, il sicuro sole del Nord” per dirla con la regista Irene Dionisio.

Al contrario, in Ibi, Segre  assume per intero il punto di vista della donna: è lei che si racconta a noi, con la sua voce, ma soprattutto con le sue foto e con i suoi video, pubblici e  privati  girati nei lunghi anni di permanenza in Italia, sino alla sua prematura morte. Al regista (e al suo collaboratore e socio di ZaLab Matteo Calore con il quale ha sviluppato l’idea del film e che ne cura la fotografia) resta “solo” da comporre in un montaggio coerente e credibile le tante immagini, le loro diverse fonti, e la ricchissima polifonia, umana e politica,delle  voci della comunità italiana e di quelle africane.

 

Postilla. Contro il disordine delle cose

Crediamo che lo sguardo delle donne e il loro racconto in prima persona continuerà a caratterizzare la ricerca umana e artistica di Andrea Segre. Intanto, il suo lavoro cinematografico sulle tematiche delle migrazioni e della marginalità appare sempre più indissolubile da quello di operatore sociale e culturale, che lo rende oggi un punto di riferimento per tanti movimenti,  associazioni, singoli cittadini. Lo testimoniano progetti trasversali come quello di “Fuori Rotta“, il suo blog, il sito dedicato al film L’ordine delle cose che contiene un interessante pamphlet che ha accompaganto l’uscita dal film sin dall’anteprima veneziana, e, da ultimo. l’iniziativa del forum “Per cambiare l’ordine delle cose”  promosso da Amnesty Italia, MSF Italia, Banca Etica, Naga, Medu, ZaLab e JoleFilm  per il prossimo 3 dicembre a Roma.

N.B. Per ulteriori notizie e per i video anche della plenaria conclusiva si veda la pagina Facebook “Per cambiare l’ordine delle cose-Forum nazionale Roma” all’indirizzo https://www.facebook.com/events/157139921556193/

Stay tuned!

 

I corpi dei migranti, il loro sguardo. I film della sezione “Diritti Umani, Oggi” a Sguardi Altrove Film Festival-Milano

Abbiamo amato l’Odissea, Moby Dick, Robinson Crusoe,
i viaggi di Sindbad e di Conrad,
siamo stati dalla parte dei corsari e dei rivoluzionari.
Cosa ci fa difetto per non stare con gli acrobati di oggi,
saltatori di fili spinati e di deserti,
accatastati in viaggio nelle camere a gas delle stive,
in celle frigorifere, in container, legati ai semiassi di autocarri?
Cosa ci manca per un applauso in cuore,
per un caffè corretto al portatore di suo padre in spalla
e di suo figlio in braccio
portato via dalle città di Troia, svuotate dalle fiamme?
Benedetto il viaggio che vi porta, il Mare Rosso che vi lascia uscire,
l’onore che ci fate bussando alla finestra.

Erri De Luca

Words, words, words…Le parole possono essere dolci e profonde, profonde  di amore e di conoscenza, come queste parole di poesia di Erri De Luca, piene di cultura, di memoria, di rispetto, per gli altri da noi ma anche e in primo luogo per noi stessi, popolo di emigrati che ha dimenticato di esserlo (eppure tanti giovani stanno emigrando di nuovo…). Ma le parole possono essere pietre, come ci ha insegnato Carlo Levi, ricordando le lacrime e le parole della madre di Salvatore Carnevale, il contadino ribelle e sindacalista assassinato dalla mafia nel 1951.

Nella sua lingua, con le sue parole fatte di immagini che per essere ricordate a lungo devono essere  pugni o carezze,  anche il cinema continua a raccontarci le storie di questi “acrobati di oggi”, dell'”onore che ci fanno” e del disonore che sempre più spesso gli rendiamo, ad esempio quando avalliamo, non solo nelle chiacchiere da bar, ma anche sui media sedicenti “progressisti”, l’equazione migranti=terrorismo. Acrobati lo sono molti di loro, in senso letterale e non solo metaforico,  come dimostra Les Sauters, opera firmata da Moritz Siebert, Estephan Wagner, Abou Bakar Sidibè, che avevamo visto al Biografilm di Bologna l’anno scorso (ma era anche in concorso al 57mo Festival dei Popoli di Firenze e nel programma dei film de “Il mese del documentario” 2017; lo distribuisce ZaLab).

Un’immagine da Les Sauters

Alcune di queste storie ci riguardano da molto vicino, altre avvengono in luoghi lontani, in tutto o in parte sconosciuti, territori spesso ostili come i deserti e le cosidette “giungle”. In ogni caso, il linguaggio del cinema ha la capacità di rendere di nuovo visibili, nella loro individualità, i corpi dei migranti, che i media rappresentano da tempo come una sola massa informe, ma anche di restituirci i loro sguardi: dal campo lungo, lunghissimo sino ai primi e primissimi piani…E’ quanto fa, ad esempio, in un film-saggio che è un piano-sequenza di 10′ con camera fissa il regista sloveno Damjan Kozole. Altri autori, scelgono di non inquadrare mai i corpi, ma di restituirci le loro voci, nel fuori campo., come fa Jéremie Reichenbach in Les corps interdits (vedi oltre, mie note da catalogo).

Un’immagine da “Borders”

E’ questo uno degli aspetti che mi ha guidato nelle scelte della sezione competitiva “Diritti Umani, Oggi” nell’ambito della 24ma edizione di Sguardi Altrove Film Festival. Nel programma della sezione spiccavano due anteprime internazionali, alla presenza delle due registe italiane. La prima, Lost Children. Thirty thousand minors missing, di Chiara Sambuchi  riflette sul drammatico e crescente fenomeno delle tratte dei minori migranti che viaggiano da soli (al riguardo proprio ieri, 29 marzo 2017, è stato approvato, dopo un lungo iter legislativo, un testo di legge che regola i diritti dei minori migranti non accompagnati, vedi http://www.vita.it/it/article/2017/03/29/protezione-ai-minori-stranieri-non-accompagnati-approvata-la-legge/142904/,  mentre è in corso di elaborazione la  “Carta di San Gimignano” che dovrebbe essere quanto prima approvata in ambito europeo) .La seconda,  Portami via di Marta Santamato Cosentino,  ci offre il ritratto intimo della famiglia Maccawi, la sua odissea dalla guerra civile siriana all’arrivo in Italia grazie al progetto dei  “corridoi umanitari” (vedi ad esempio altre storie in: http://www.vita.it/it/article/2017/01/31/corridoi-umanitari-cittadini-accolgono-famiglie-siriane-a-varese-rimin/142280/). Il primo film è prodotto dalla tedesca Lava Film (la regista Chiara Sambuchi vive in Germania), mentre il secondo è prodotto dalla Invisibile Film di Gabriella Manfrè.

Un’immagine da “Lost Children. 30.000 Minors Missing”

Un’immagine da “Portami via”

E questo è quanto ho scritto per il catalogo della 24ma edizione di Sguardi Altrove Film Festival (12-19 marzo 2017):

“La sezione non competitiva “Diritti umani, Oggi” di Sguardi Altrove Film Festival apre due finestre su scenari che,  per una parte almeno, si sovrappongono: il dramma globale dei rifugiati e la drammatica guerra civile siriana, con i suoi milioni di profughi e sfollati, di cui proprio nei giorni del festival ricorre il sesto anniversario.

Lungo le rotte dei migranti, scompare non solo l’innocenza ma anche ogni residua umanità. Il corpo di Osman è un paesaggio umano devastato che in Remains of the desert il giovane ma già apprezzato regista tedesco Sebastian Mez (il film ha vinto il concorso cortometraggi al 57° Festival dei Popoli di Firenze) alterna alle immagini possenti, in un bianco e nero lucido e straniante, di una natura inaccessibile. Sono le montagne del Sinai che Osman avrà attraversato nel suo viaggio dall’Eritrea a Israele. Per pura fortuna lui non è tra gli oltre 10.000 eritrei uccisi dopo il rapimento e le torture da parte delle bande di beduini criminali che continuano a operare indisturbate nel deserto. Il cinema si era già incaricato di raccontare questo terribile fenomeno (ricordiamo solo Sound of Torture, 2013, della regista israeliana Keren Shayo, passato da “Sguardi Altrove Film Festival”). Ma il lavoro di Mez è ancor più radicale, prescinde dalla cronaca, scava negli abissi di una malvagità che annulla la nozione stessa di umano.

Una immagine di “Remains of the desert”

Un’immagine di “Les Corps Interdits”

D’altronde, anche se per lo più violati e martoriati, i corpi dei migranti, diventano corpi  proibiti. Il girone estremo è la “giungla”, dove, per definizione, non c’è posto per gli umani. Da quella di Calais (Francia, Europa),  che per oltre un anno e mezzo era stata la più grande baraccopoli a cielo aperto d’Europa, Jéremie Reichenbach,  in Les corps interdits, restituisce a noi soltanto la voce dei rifugiati in trappola: un rap che è poesia, invocazione,  imprecazione, forse solo una ostinata e smisurata preghiera.

Assolte le formalità (mediatiche) di rito, i corpi dei migranti  tornano ad essere invisibili, almeno nella loro individualità: un’unica massa informe, stipata sui barconi, in fila tra la neve, accampata nei campi profughi o nei CIE. E’ questa la geniale intuizione di  Damjan Kozole (classe 1964), affermato regista sloveno che in Borders, in una bella giornata autunnale, al confine tra Slovenia e Croazia, fissa la camera su un piccolo terrapieno e  aspetta che un serpente umano di profughi – sotto stretto controllo poliziesco e militare –  dal campo lunghissimo giunga, lentamente,  davanti  l’obiettivo, a “figura intera”:  qualcuno saluta, altri sorridono, un ragazzino si stacca dal gruppo e guarda in macchina…

Un frame da Borders” di Damjan Kozole

Anche Chiara Sambuchi,  regista italiana che lavora in Germania e presenta qua in anteprima internazionale il suo Lost Children. 30.000 minors missing parte da un primo piano e da un particolare, gli occhi di un ragazzino. Cercherà per tutto il film  quegli sguardi, impertinenti e coraggiosi, o almeno  nelle pause che concede la sua serrata indagine su un fenomeno in crescita esponenziale e  dai tanti risvolti giuridici, sanitari, psicologici, ecc.  Un’indagine condotta secondo incalzanti ritmi televisivi, ma senza mai rinunciare a una forma squisitamente cinematografica – dalla perfetta fotografia a un  montaggio senza sbavature –  tra Italia, Germania, Inghilterra, Francia, e infine nelle stanze ovattate delle impotenti istituzioni europee. Bambini, ragazzi, adolescenti, oltre 200.000 arrivati in Europa dal 2014, ma di  30.000, secondo le stime più pessimistiche,  si è persa ogni traccia. Quanti sono giunti alla loro meta, quanti sono scomparsi? Il corpo migrante qua svanisce, diventa puro numero e statistica.

Sono sempre più stretti i corridoi dell’umanità. Per fortuna, dove non arrivano – per colpa o dolo – le istituzioni (mondiali, europee, nazionali,  locali), sopperisce ancora in tanti casi il terzo settore, con le sue energie, risorse, competenze. E’ il caso del progetto-pilota italiano dei “corridoi umanitari”, il primo nel suo genere in Europa, che apre vie di accesso legali e sicure per i richiedenti asilo, a cominciare dai profughi siriani. Marta Santamato Cosentino,  giornalista ventinovenne, esperta di Medio Oriente, che vive tra Milano e Beirut, realizza con Portami via (anche questo titolo è in anteprima internazionale)  un’opera di sorprendente maturità compositiva: il racconto, tanto lucido quanto emozionante, di una famiglia di profughi siriani, dagli arresti e persecuzioni ad opera del regime di Assad, alla fuga da Damasco, al limbo dei campi profughi libanesi, a una carta d’imbarco con destinazione Torino, per una nuova vita, in una altalena di sentimenti contrastanti, tra dolore, inquietudine, speranza.

Come un genero del capofamiglia  Jamal che, con ogni probabilità,  è oggi uno dei tanti desaparecidos siriani (oltre mezzo milione sono le vittime stimate del conflitto, tra gli undici e i dodici milioni il numero presunto tra persone fuggite dal paese e sfollati interni), anche molti dei giovani amici di Obaidah Zytoon –  conduttrice radiofonica  di Damasco, e co-regista con il danese Andreas Dalsgaard del drammatico e possente The War Show (Venice Days Award alle Giornate degli Autori di Venezia 2016) – non ce l hanno fatta. . Un ritratto della “meglio gioventù” siriana e delle speranze tradite,  in un vibrante “on the road” lungo  il paese, realizzato in diversi anni cucendo materiali frammentari e terminato poi fuori dalla Siria nonostante enormi pericoli per la sicurezza dei registi e del team produttivo.

Ma, se la speranza ancora resiste, sta forse nel timido e smarrito sorriso di una bambina dei campi profughi di Portami via o nelle altre figure di bambini che punteggiano il montaggio di immagini e musica di Peace in Syria (regia e partitura musicale di Carmen Ruiz), un corto prodotto dalla sezione spagnola di Oxfam (nell’ambito del progetto “Musica por Syria”) che insieme ad altre meritorie organizzazioni come Amnesty International, Medici senza frontiere, Emergency, Save the Children, Fondazione Progetto Arca,  ecc. non ha mai smesso di denunciare le violazioni dei diritti umani e di sostenere il popolo siriano nella prova più terribile della sua storia.

Chiudono il  programma della sezione Dove fioriscono le rose,  sintesi finale dei corti ideati e realizzati dai partecipanti al workshop produttivo “Roma, città dei migranti. Tre generazioni, un racconto” (Casa del Cinema, settembre 2016) promosso da Sguardi Altrove Film Festival e Milano Film Network e condotto dal regista Paolo Martino e la proiezione speciale di  Ninna Nanna prigioniera di Rossella Schillaci, uno squarcio intimo e partecipe sulla vita quotidiana delle madri detenute e dei loro bambini e sui loro diritti (il film ha ricevuto il patrocinio di Amnesty International-Sezione Italiana)”.

(Sergio Di Giorgi, dal catalogo della 24ma edizione di Sguardi Altrove Film Festival)

Stay tuned!