Lo sguardo, il silenzio: a proposito di “The Look of Silence” di Joshua Oppenheimer

“Il silenzio richiede, per essere rispettato, tutelato, preservato e curato, che lo si osservi (corsivo nostro), che lo si protegga. Il silenzio si riferisce “a qualcosa che si vede”. Osservare il silenzio è divenire sentinelle,  è saper stare in attesa del suo apparire…” (Emanuela Mancino, Il segreto all’opera, Mimesis/collana Accademia del silenzio, 2013).

Dopo The act of Killing (2012), The Look of Silence di Joshua Oppenheimer, ancora un documentario in concorso a Venezia 71 (dopo Sacro GRA di Rosi, che ha vinto addirittura il Leone d’oro, forse un po’ esageratamente, lo scorso anno).

Il primo film  “(ri)metteva in scena”  il racconto del  male da parte dei carnefici – il male nelle sue forme e dimensioni più estreme e indicibili, sia per quantità che per qualità (il genocidio, ma anche le torture su larga scala,  di un milione di persone dopo il golpe militare del 1965 in Indonesia). Nella seconda parte del  dittico, Oppenheimer, classe 1974, 40 anni a settembre, racconta la violenza con le parole delle vittime, che trovano la forza e il coraggio di interrogarsi, sfuggendo alla rimozione individuale e collettiva, ma  sopratturo con i silenzi (e il cosidetto “non verbale”) degli assassini. Silenzi che bisogna saper vedere e “mettere a fuoco” (per far parlare gli assassini del fratello il protagonista, non a caso, diventa metaforicamente un ottico…lo nota bene  Matteo Marelli qua, recensendo il film per Cineforum.it.

Anche il documentario  Sound of Torture (2013) della regista israeliana Keren Shayo non mostrava la violenza, ma ce la restituiva solo attraverso il sonoro,  telefonini o  onde radio. Il film parla del dramma anch’esso indicibile di tanti eritrei in fuga dalla guerra, che nel deserto del Sinai vengono rapiti, stuprati, torturati spesso sino alla morte (a meno che qualche parente  non paghi per loro il riscatto)  da bande di beduini. Un film che abbiamo portato grazie a Maria Nadotti in anteprima italiana a Sguardi Altrove Film Festival  lo scorso marzo e che ora, sempre grazie a Maria Nadotti, ad Amnesty International Italia e a una rete di associazioni per i dirittiumani e dei popoli migranti speriamo di  mostrare presto a Roma e in altre città italiane.

 

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