Quanto ci manca François Truffaut, e le donne che amava… (rivediamolo allo Spazio Oberdan)

Fra poco più di un mese, per la precisione il 21 ottobre saranno 30 anni che Francois Truffaut è scomparso, a soli 52 anni, nel pieno della sua maturità artistica: basti pensare a quel suo film testamento,  straordinario impasto di noir, b-movie americano, commedia – nel bianco e nero cangiante di Nestor Almendros che era Vivement Dimanche! (Finalmente domenica!).

Meritoriamente la Cineteca di Milano ci regala una retrospettiva completa dei suoi film, appena iniziata e che andrà avanti sino al 5 ottobre allo Spazio Oberdan Sala Alda Merini  di Milano! (vedi qua il programma)

Credo che per tanti della mia generazione l’amore per il cinema sia cresciuto di pari passo con la scoperta e il recupero dei film di Truffaut (grazie anche ai cicli televisivi, penso a quelli di  Claudio  G. Fava, da poco scomparso e che ricordo, per averlo conosciuto di persona, con grande stima e simpatia). Anni fa  il cinema era ben più centrale nel nostro immaginario: i film scandivano la nascita e la morte di amicizie, di complicità culturali, ideologiche, di impegno sociale ecc., e naturamente l’inizio e la fine dei nostri amori. Aggiungo,  parlando a titolo personale, che anche la scoperta delle donne e del loro universo si nutriva per me molto dei film di Truffaut. Ricorderò sempre che la sera prima di separarmi (per sempre) dal mio primo e grande amore giovanile litigammo furiosamente all’uscita de “L’ultimo metro” (Le dernier métro), 1980. Il tema del litigio era, ovviamente, la gelosia….

Tanti  film di Truffaut  emanavano una carica, impetuosa, spesso anche trasgressiva (“triangoli”, adulteri,  feticismi, voyeurismi,  ossessioni, ecc.) di erotismo, sensualità, desiderio. Era come se quei film  ci insegnassero (ma senza nessun intento “didascalico” o pedagogico, ma solo con le emozioni delle parole e dei gesti) la gamma vastissima e inesauribile delle passioni legate all’amore: la felicità, ma anche la paura dell’amore,  la disperazione del non amore o dell’ amore “impossibile”, infine la pazzia, quella, appunto, dell’ “amour fou”. Basti pensare a quelle due meravigliose facce della  medaglia dell’amore che sono le trasposizioni dei due romanzi di  Henri-Pierre Roché: Jules et Jim , 1962, e Le deux anglaises et le continent, 1971  (in quest’ultimo la “paura d’amare” è un po’ il fil rouge di tutto il racconto); ma anche a La camera verde, 1978,  o ad Adele H., 1975.

E dunque, oltre a invitare voi e me stesso a recuperare sul grande schermo quei 21 (purtroppo rimasti solo 21) lungometraggi voglio qua ricordare alcuni fotogrammi per me indelebili: sono volti e mani e gambe  di donna.  E poi  scene e anche  intere sequenze, come queste:

la corsa dei tre a perdifiato da Jules et Jim ( con i seni di Catherine-Jeanne Moreau  che prorompono sotto il travestimento negli abiti maschili) e Catherine che canta Le turbillon de la vie

i dettagli sulle mani della meravigliosa Nicole/ Françoise Dorléac (morta a soli 25 anni in un terribile incidente d’auto) che aprono tremanti la porta della stanza d’albergo o accendono la luce della camera (e prima quegli sguardi furtivi di lei verso l’anziano professor Lacheney nella sequenza in tempo reale dell’ascensore) de a La peau douce  (che in italiano diventerà purtroppo La calda amante), 1964

E sempre da quel film questa scena di sfrenato ma anche tenero erotismo feticistico, o la sequenza in cui Lacheney scatta le foto nel porco a Nicole e alla sua sbarazzina  e immortale bellezza (mentre invece ricordiamo pure le due sorelle Deneuve che volteggiano  insieme nell’irresistibile Les Demoiselles de Rochefort (1967) di Jacques Demy)

Catherine Deneuve poi e Belmondo ci spiegano perche l’amore è una “gioia e una sofferenza” (nel finale de La mia droga si chiama Julie (La Sirène du Mississipi/), 1969, concetto ribadito ne Le dernier metro, 1980.

ma anche la scena sul treno sopraelevato dove il pompiere Guy Montag (Oskar Werner)  incontra Linda (Julie Christie) in Fahreneit 451 (1966)

e gli occhi e i capelli di Jacqueline Bisset in Effetto notte (La nuit américaine) (1973)

e la scena dell’incontro nel parking del supermercato tra Fanny Ardant e Depardieu  ne La signora della porta accanto (La femme d’à côté) (1981)

e last but not least le scene iniziali  (e finali( al cimitero de “L’uomo che amava le donne”, 1977

Come ben sappiamo, Truffaut fa dire a Bertrand Morane (il bravo Charles Tenner), protagonista di “L’uomo che amava le donne” (proprio quel Bertrand che “non lo vedrete mai in compagnia di uomini dopo le sei di sera”): “Le gambe delle donne sono dei compassi che misurano il globo terrestre in tutti i sensi”.

Ci manca davvero quel regista, quell’uomo, quel critico e studioso, e  tutte le sue donne meravigliose che per lui e con lui hanno misurato per noi i passi dell’amore!

sul set di Effetto Notte, 1973

sul set di Effetto Notte, 1973

 Merci Monsieur Truffaut!

 

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