Ascoltare John Berger, rileggere Pasolini, vedere “La trattativa”…esercizi di memoria

Ieri, 5 ottobre, a Ferrara, al Festival della rivista “Internazionale”, John Berger, critico d’arte, scrittore e pittore di origine inglese (ma che da molto tempo vive sulle Alpi francesi dell’Alta Savoia) ha dialogato di “libri, pittura, fotografia, giornalismo, politica, cinema e tanto altro ancora…” con lo scrittore e fotografo statunitense, ma di origine nigeriana, Teju Cole e con Maria Nadotti, saggista, giornalista, consulente editoriale, traduttrice. E’ lei che ha fatto conoscere l’opera di Berger in Italia (e di recente  ha raccolto le sue tante interviste e colloqui con Berger in Trasporti e traslochi. Raccontare John-Berger (doppiozero, anche in e-book).

Ci sarebbe piaciuto essere là ad ascoltarlo di persona, ed ammirare la sua incredibile lucidità ed energia (Berger è nato nel 1926…).  Lo avevamo visto e ascoltato nel 2004  a Torino, in una serie di eventi, tra cui un bellissimo incontro con gli allievi della Scuola Holden, organizzati  dal Comune e da diversi altri soggetti (e grazie sempre all’instancabile lavoro di   tessitura di Maria Nadotti).

A Ferrara John Berger ha parlato anche del suo nuovo libro Capire una Fotografia che venerdì 10 ottobre presenterà a Roma alla Casa Internazionale delle donne, vedi il link all’evento.  Avviso agli amici romani: partecipate, se potete!

L’incontro a Ferrara aveva come significativo titolo “Quel che abbiamo in comune”…

Già, in comune…parliamo dunque di comunità (mica di municipi e campanili),  di storie condivise senze le quali non c’è comunità, narrazioni che infatti – insieme ai simboli, ai rituali e ai valori (questi ultimi, spesso invisibili) – plasmano la cultura di un popolo, o appunto di una comunità, a prescindere dalla sua ampiezza. E comunità contiene in se la parola unità, che, anche se la scriviamo con la maiuscola, pensando a una storica testata giornalistica, è molto ma molto più di un brand…

Oltre alla sua attività di romanziere (G., Festa di nozze, i fantastici racconti di Una volta in Europa, ecc.) John Berger ha scritto tanto di politica, nel senso nobile del termine, almeno dal 1958. Nel 2013,  i suoi saggi politici – quelli apparsi sino al 2012, almeno – sono stati raccolti in un volume (Contro i nuovi tiranni, Neri Pozza, sempre a cura di Maria Nadotti). Il primo, breve saggio della raccolta si chiama “Il volto dei nuovi tiranni”. Dopo una sagace disamina fisiognomica, Berger afferma in conclusione che “l’assoluta fiducia in se stessi che traspare dai loro volti è pari alla loro ignoranza, che è anch’essa evidente (…)  I profittatori non sanno niente di niente, ne delle proprietà nè dell’essenza delle cose. Conoscono bene solo le impressioni sui loro racket. Di qui la paranoia e, generata dalla paranoia, la loro energia ripetitiva. Il loro reiterato articolo di fede è: Non c’è alternativa”.

Questa storia del volto dei nuovi tiranni (ma cè da stare attenti anche alle  “mani gesticolanti, che dimostrano formule e non toccano l’esperienza”…) mi ha fatto pensare a Pasolini. In uno dei suoi ultimi “scritti corsari” (un articolo sul Corriere della sera del 24 giugno 1974, dal titolo “Il Potere senza volto”) diceva : “(…) L’identikit di questo “volto ancora bianco del nuovo Potere attribuisce vagamente ad esso dei tratti “moderni”, dovuti alla tolleranza e a una ideologia edonistica perfettamente autosufficiente; ma anche dei tratti feroci e sostanzialmente repressivi: la tolleranza è infatti falsa, perchè in realtà nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore….questo Potere ha anche “omologato” culturalmente l’Italia…la strategia della tensione è una spia, anche se sostanzialmente anacronistica, di tutto questo”.

40 anni fa, Pasolini nomina espressamente  la “strategia della tensione”, quella lunga strisca di sangue innocente allora già ben tracciata da tanti stakeholders (per dirla con un termine figo),  almeno da Piazza Fontana (dicembre 1969), ma in realtà dall’ingresso ufficiale dell’Italia nella struttura paramilitare clandestina di “Gladio” (1964, cinquanta anni fa, quando, per inciso, nasceva anche l’Autostrada del Sole che doveva unire l’Italia, ma forse solo in apparenza). Pasolini la chiama anacronistica, ma pochi mesi dopo quel suo scritto, il 4 agosto, avremo la strage del treno “Italicus” (da non confondere, nonostante l’assonanza, sfuggita forse ai più,  con l'”Italicum”). E forse anche il suo destino era un piccolo tassello di quella strategia…

Nell’ottobre 1974 verrà arrestato il generale Vito Miceli, coinvolto  nei tentati golpe della Rosa dei Venti (1973) e prima ancora di quello Borghese (dicembre 1970). Anche il nome di Miceli, oltre a quello del generale Mori e della famigerata “operazione farfalla”, è risuonato  ieri sera al cinema Anteo di Milano dove Sabina Guzzanti ha dialogato con il pubblico che gremiva  la sala per La trattativa (anche se “Il Giornale” ha già decretato, dopo un giorno di proiezioni,  che il film è un flop; purtroppo il vero flop è forse rappresentato dal fatto che il pubblico era in gran parte di fascie di età mediane, 35-65, che giovani ce ne erano pochini e che se c’erano non avevano di sicuro mai sentito parlare di quei nomi…; c’è da sperare solo che vedano almeno il film di Pif, anche se sappiamo che la mafia puo’ uccidere tutto l’anno). Si la mafia sa uccidere anche in gennaio, se vuole, come in quel 23 gennaio 1994,  venti anni fa,  pochi giorni prima della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, quando “miracolosamante” il telecomando del tentato massacro (allo stadio Olimpico di Roma) di moltissimi altri innocenti, dopo le stragi del ’92 e ’93,  si “Inceppò…il film ricostruisce anche questo, con precisione di dettagli.

A un certo punto, la Guzzanti ha evocato il sentimento (da non confondere con il sentiment, altra parola di gran moda)  di comunità (politica e culturale)  che – al di là di qualche sempre più rara occasione – ormai sta svanendo in Italia, insieme alla memoria. Quella memoria che il suo film, discutibile in certi passaggi (ad esempio la rappresentazione caricaturale del personaggio di Caselli), magari imperfetto nell’incastro dei meccanismi di rappresentazione (tra espedienti di “straniamento” brechtiano e calco satirico dei format della docufiction tv), ci costringe di nuovo a esercitare, rimuovendo…la rimozione. Memoria, ed anche attenzione, necessarie per seguire e connettere i passaggi di un film che “decifra” e “decritta” 25 anni di depistaggi investigativi e giudiziari (e che proprio in questi giorni le memorie del Procuratore generale di Palermo Scarpinato, minacciato ormai apertamente dalla mafia, come del resto il procuratore Di Matteo, stanno svelando).  L’intreccio tra mafia massoneria eversione nera servizi segreti deviati ecc. è sempre il solito fondale politico che fa da quinta a 25 anni (dall’attentato fallito dell’Addaura contro Falcone, giugno 1989) di buco nero investigativo e giudiziario e che ora sta emergendo nettamente: un vero e proprio verminaio che ha corrotto le nostre istituzioni per tanto tempo e forse le condiziona anche oggi “a nostra insaputa”.

Per pensare a dove siamo, da dove veniamo  e dove stiamo andando, ancora e sempre così vicini e così lontani a quella  verità giudiziaria (quella verità negata ormai, come disse Sciascia alla fine degli anni ’80, poco prima di morire, sin dalla messa in scena del delitto Giuliano), e per onorare la memoria di Borsellino, di Falcone, delle loro famiglie, come di quelle delle  tante vittime innocenti, crediamo occorra comunque andare a vedere questo film…e provare a farci andare anche i nostri figli e nipoti….

Stay tuned!

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