“Non è mai troppo tardi”: le lezioni ‘dal cinema’ vulcanico di Martone e Pannone

Un grande film, Il giovane favoloso, di un grande regista (Mario Martone), con un grande attore protagonista (Elio Germano), e un grande cast, dal primo all’ultimo ruolo. Tutti ignorati dai premi di Venezia 71 (per quel che i premi valgono…). Del resto, il premio vero è sempre quello del pubblico, nelle sale, ma anche in quelle sale particolari che sono le scuole. E il pubblico sembra stia premiando il film e i lunghi sforzi per realizzarlo. Per quelle felici coincidenze che il cinema spesso riserva, sta girando per rassegne (in attesa magari di arrivare prossimamente in sala) un piccolo (incomparabile sul piano della struttura e dell’impegno produttivo al film di Martone) ma a suo modo grande film, Sul vulcano, di Gianfranco Pannone (era a Locarno fuori concorso). Un documentario, si sarebbe detto prima che Frederick Wiseman (proprio a Venezia 71 dove ha ricevuto il Leone d’oro alla carriera) chiarisse, una volta per tutte, che “They are all movies!!…”.

I due film, pur così diversi, parlano a noi italiani (e non solo)  da luoghi reali e simbolici a un tempo del nostro presente,  come sono, e non da ora, Napoli e il suo vulcano. Entrambi a loro modo sfidano i pregiudizi e le idées reçues (e non solo su Leopardi) e gli stereotipi delle cartoline illustrate cinematografiche. Parlano, anche, del lavoro e dei corpi al lavoro, e della cura che ogni lavoro, sia esso una poesia o una pianta da far crescere, richiede. Sono antidoti preziosi alla progressiva, metodica cancellazione in atto (nella politica come nella società) della memoria e del dubbio, ovvero del passato e del futuro, a vantaggio di un eterno, e sempre più banalmente totalitario, presente, dominato dall’ignoranza e dall’oblio.

 

“Imparano lentamente, ma dimenticano in fretta…”. E’ come una amara, ironica litania, questa frase, recitata, tra le altre,  dalla voce inimitabile di Enzo Moscato nel finale del documentario di Gianfranco Pannone Sul vulcano (era a Locarno fuori concorso, si spera in una prossima uscita in sala; il pubblico milanese ha potuto apprezzarlo, lo scorso settembre, nell’affollata sala del cinema Mexico, presente il regista). La voce di Moscato risuona da una polifonia (una partitura potremmo dire in omaggio al suo lavoro) di voci  fuori campo (di attori e atttrici partenopei) che fa da trama letteraria parallela nel documentario di Pannone che ci guida nella Napoli contemporanea con l’aiuto di tre testimoni, un pittore, una cantante, una vivaista.

Quella frase recitata da Moscato è tratta dal romanzo Il sangue di San Gennaro dello scrittore ungherese Sandor Marai. Un romanzo scritto nel 1965, dove Marai rievoca il suo soggiorno a Napoli tra il 1948 e il 1952 prima dell’esilio negli USA (per triste paradosso Marai morirà suicida nel 1989, pochi mesi prima della caduta del Muro di Berlino). A detta della critica il romanzo (almeno nelle sue parti napoletane)  evoca anche scenari ed atmosfere dei racconti de  Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese pubblicati nel 1953 e che si attirarono molte critiche da parte dell’establishment letterario (e politico) dell’epoca (democristiana, a vocazione maggioritaria anche allora, corsi e ricorsi…), perchè denigravano Napoli e l’Italia (ma pensa un po’…e l’avremmo sentita a lungo questa…).

In tutta Italia, non solo a Napoli, da tempo, si impara lentamente (quando si impara) e si dimentica in fretta…il Paese ci sembra attanagliato da una gigantesca rimozione collettiva, una iconoclastia del passato e dei suoi simboli, che su quella rimozione fa leva ma che purtroppo sostituisce i vecchi simboli con grande fretta e superficialità, almeno a nostro parere, e con altri che, sempre a nostro parere, sono nuovi solo in apparenza (“camicia bianca la trionferà ?”, per dirla con una battuta, un po’ amara).

Ma ecco, per fortuna che, oggi, 16 ottobre 2014 esce nelle sale italiane l’atteso film di Mario Martone  Il giovane favoloso  che ci parla  – attraverso la vita, le parole e forse soprattutto il corpo di Giacomo Leopardi (un ottimo Elio Germano, altro che Adam Driver…) del rapporto tra Uomo e Natura, tra Arte e Storia, ecc.

Da Martone, dopo Noi credevamo, arriva dunque (sempre con la complicità di Ippolita di Majo) un’altra, indimenticabile, emozionante lezione che ci aiuta a colmare le tante lacune che spesso i programmi scolastici di storia e di letteratura italiana ci hanno lasciato, specie se poi, tra i banchi,  non abbiamo avuto la fortuna di incontrare insegnanti bravi e appassionati…. Insegnanti dediti anche all’interdisciplinarietà come Martone, che ha frequentato e frequenta con profitto altre arti (come dimostra il recente volume Mario Martone. La scena e lo schermo curato da Roberto De Gaetano e Bruno Roberti). 

Sin dal titolo Martone rende omaggio proprio ad Anna Maria Ortese (morta nel 1998, di cui quest’anno a giugno è ricorso il centenario dalla nascita, ma non abbiamo visto in giro grandi celebrazioni, magari eravamo distratti), mentre nel finale fa entrare in campo proprio il corpo di Enzo Moscato e la sua parola (da Partitura appunto, spettacolo del 1987 in cui l’attore e drammaturgo ricordava il viaggio di Leopardi a Napoli; e sono gli unici testi non leopardiani di tutto il film…).

Così ho pensato di andare verso la grotta, in fondo alla quale, in un paese di luce, dorme, da cento anni, il giovane favoloso». Così la Ortese dice del suo pellegrinaggio alla tomba del poeta.

E’ questa grotta, o gorgo nero di vulcano, come la Napoli sulfurea e caravaggesca della stupefacente parte finale del film,  che, ormai da duecento anni o giù di lì, stiamo ancora attraversando cercando il paese della luce. La luce del paesaggio italiano, cui non corrisponde più la luce della speranza in un riscatto morale e civile, che vuol dire anche, ad esempio, conoscere la verità  sulle stragi e non rassegnarci alla non impunità dei colpevoli, mafiosi o politici che siano.

La Natura, peraltro inevitabilmente, si ribella alle devastazioni umane…e anche esse vengono da lontano, basterebbe rileggere il Calvino de “La speculazione edilizia” (la versione lunga, scritta tra il 1956 e il 1957, e poi pubblicata nei “Coralli” Einaudi nel 1963). In questo, la Liguria è forse metafora esemplare dello scempio italico del territorio.

Nel frattempo, per evitare i pregiudizi e gli stereotipi consolidati, lontano dai “bignami” e dalle cartoline illustrate, i film di Martone e Pannone sono (pur nelle debite differenze che occorre fare tra le due opere, anche sul piano produttivo) due buoni antidoti. Di cui  ringraziamo, con il cuore e con la mente, i due autori.

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Stay Tuned!

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