1984-2014. Eduardo, Federico, le voci di dentro e quella (silenziosa) della luna…

Due giorni fa, il 31 ottobre 2014, erano passati esattamente trenta anni dalla scomparsa di Eduardo De Filippo (1900-1984). Una ricorrenza che è stata onorata solennemente – come si conveniva per un artista così importante per il nostro paese eppure così universale – anche dalle nostre istituzioni (e per fortuna, visti gli spettacoli assai poco solenni e ancor meno edificanti degli ultimi tempi), oltre che da tanti convegni di studio nel corso di tutto quest’anno (un elenco dei principali lo trovate qua).

Arrivi e partenze
Non ho certo le competenze per parlare di Eduardo drammaturgo e uomo di teatro. Ma mi piace attraverso questo blog condividere le emozioni della sua ultima apparizione in pubblico (nonostante la qualità del video sia molto scarsa, va detto davvero grazie a chi ha messo in rete questo prezioso filmato, vedi qua). A Taormina, il 15 settembre 1984, un mese e mezzo prima di morire,  un Eduardo stanco e anche lui assai emozionato parla del lavoro teatrale come missione e fatica, parla del figlio Luca, che era cresciuto bene (Eduardo aveva perso una figlia…). Soprattutto, parla della necessità di continuare a lavorare per un “teatro che non si arrende”, un teatro che veda a lavorare insieme (e non contrapposti), i giovani e “i vecchi come me”. Un teatro, come è tutto il grande corpus drammaturgico e teatrale eduardiano, che incarna sempre e soltanto, nel bene come nel male, le passioni umane, senza mai nasconderci nulla.

L’ “ultimo discorso” di Eduardo è il testamento di  verità di un grande uomo e  di un grande artista, alla vigilia della sua “partenza”.  E le sue parole non possono non ricordarci quella sua meravigliosa e spiazzante frase: “il punto di arrivo dell’uomo è il suo arrivo nel mondo, la sua nascita, mentre il punto di partenza è la morte, che oltre a rappresentare la sua partenza dal mondo, va a costruire il punto di partenza per i giovani”.

I petardi di Zi’ Nicola

Nella temperie storica di una Italia che emergeva a fatica dalle tragedie della seconda mondiale – l’Italia della resistenza, ma anche quella delle truffe e del mercato nero – Eduardo, come si sa,  scrive  alcune delle sue più memorabili commedie, da “Napoli milionaria (1945) a  “Questi fantasmi” e “Filumena Marturano”, (entrambe del  1946), opere continuamente in bilico tra speranza e pessimismo, disincanto e voglia di riscatto. Ma appena due anni dopo, nel 1948, un altro capolavoro come “Le voci di dentro” fotografa un paese già diverso. Come dice Luca De Filippo, “Le voci di dentro” ci parla di un Paese scosso nel suo sistema di valori e poco fiducioso in una autentica rinascita, come se gli orrori della guerra, ancorché finita, avessero contaminato la coscienza delle persone, come se una sottile corruzione morale fosse penetrata in profondità, pur coperta da un’apparente moralità, riportando a quella connivenza e alle responsabilità individuali e collettive che avevano rese possibili le tragedie ancora così vicine.Il titolo è emblematico e come tale è entrato nel linguaggio quotidiano: le voci di dentro non corrispondono più alle voci di fuori, e a forza di reticenze, sospetti reciproci e ipocrisie si può arrivare a estremi impensabili, alla negazione della comunicazione e della stima reciproca, rivelando zone insospettabili di una umanità come sperduta”. n

Uno dei personaggi più significativi della commedia – simbolo umoristicamente paradossale dell’incomunicabilità umana – era quello dello Zi’ Nicola, il vecchio che vive isolato in casa coi nipoti e parla ormai solo attraverso gli spari dei petardi e dei “tricche e tracche”, perchè come spiega uno dei nipoti “dice che parlare è inutile, che siccome l’umanità e sorda, lui può essere muto”…

Basterebbe (anche solo ogni tanto) un po’ di silenzio…

Ma il 31 ottobre, due giorni fa, erano anche ventuno anni da quando Federico Fellini (1920-1993). Il suo testamento fu “La voce della luna” (1990), non certo il suo film più riuscito, ma un’altra opera autobiografica, nonostante sia ispirata al romanzo di Ermanno Cavazzoni “Il poema dei lunatici”. Contro il “rumore” e la “babele” del mondo contemporaneo Fellini aveva già diretto il grande apologo di “Prova d’orchestra” (1979), da lui definito “un filmetto”. Come dimostra l’ultima sequenza de “La voce della luna” (vedi qua) “se ci fosse un po’ di silenzio”, anche solo ogni tanto, dagli slogan e dalle urla, forse potremmo ancora dire “amarcord” e non cancellare la nostra storia e memoria, le nostre radici, la dignità del lavoro, ecc.ecc. Potremmo tornare guardare la nostra immagine nel pozzo profondo, altro che fare collezione di selfie…potremmo tornare a sentire le voci “di dentro”, anche quando sono i fantasmi del nostro inconscio, ma senza rimuoverle….

ps : Rai Uno trasmette oggi Le voci di dentro dal San Ferdinando di Napoli,  il teatro in mezzo al popolo che Edoardo volle fondare a Napoli. Regia teatrali e televisiva sono rispettivamente di Toni Servillo e Paolo Sorrentino. Sicuramente un’edizione ben più smagliante rispetto a quel teatro televisivo in bianco e nero che abbiamo visto negli anni ’60 e che vide la collaborazione anche tra Eduardo e Andrea Camilleri  (Camilleri la racconta qua e c’è anche un gustoso ricordo dell’edizione televisiva de Le voci di dentro). Ma comunque una scelta RAI da salutare con favore, specie di questi tempi…speriamo si possa vedere almeno per una settimana su RAI Replay.

ps 2 Trent’anni fa, moriva anche Enrico Berlinguer…e da lì a poco sarebbe iniziata un’altra “nuttata”, da cui, a mio personale avviso, non siamo ancora usciti…

Stay Tuned!

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