Due giorni, una notte, due parole appena: la dignità, il lavoro, nel cinema “dal vero” dei Dardenne

Dal 1996, da quel film rivelazione che fu La promesse, puntualmente ogni tre anni – i fratelli  Luc e Jean-Pierre Dardenne ci regalano un film che resta nella nostra memoria, individuale e collettiva. Quest’anno, con Deus Jours, Une Nuit  (che era in concorso a Cannes, ma questa volta senza premi) i due fratelli belgi tornano direttamente ai temi del lavoro – lavoro precario o clandestino – che erano al centro de La promesse come del successivo Rosetta (1999), come anche de Il figlio (2002) .

Ma parlando di lavoro e precarietà i film dei Dardenne parlano nient’altro che della vita vera, quella di ogni giorno, di tutti noi, in questo mondo globale, dove niente più è ormai “free” (nel senso di libero e di gratis, come -giocando sul doppio senso della parola inglese- diceva Ken Loach nel suo film It’s a free world, In questo mondo libero, 2007). Lo aveva fatto anche, dalla multietnica banlieu marsigliese, e con film intensi e appassionati,  il franco-armeno Robert Guédiguian a cavallo tra il vecchio secolo  e il nuovo millennio, salvo poi tornare, nel 2011, con Le nevi del Kilimangiaro a raccontarci con un film assai drammatico dietro il suo registro agrodolce la fine di un mondo e delle speranze per le quali tante generazioni avevano combattuto, anche a costo della vita.

Restando fedele al loro setting -Liegi e le sue periferie post-industriali-  un angolo d’Europa, quello del Belgio francofono, apparentemente ordinato e tranquillo, i Dardenne riescono ancora a bucare  il muro di  rassegnazione e a raccontare una storia che sin dal titolo  trasmette il senso dell’urgenza, del poco tempo rimastoci per salvare quel tessuto di solidarietà e quel senso della dignità personale e professionale che la crisi economica (e morale) intorno a noi rende ogni giorno più difficile da  preservare. Oggi, in questo mondo dove tutto è ormai “post”,  ma dove tornano in auge, con la scusa delle crisi, dinamiche di dominio e caporalato sul piano sociale ed economico, parecchio arcaiche e “pre”-industriali,  gli spazi di partecipazione e  di libertà si riducono ogni giorno di  più e a crescere sono solo  la solitudine delle persone e le  paure (liquide come le ansie, solide come quelle sul lavoro e sui redditi). Quelle paure  su cui i movimenti neofascisti e neorazzisti da sempre proliferano in Europa e ora di nuovo anche da noi (eppure, di quella piazza Duomo colorata di verde e nero del 18 ottobre scorso in pochi anche tra i nuovi leader politici sembrano essersi preoccupati; e poi ci si meraviglia di fatti come quelli di Roma dell’assalto al campo rom…).

La vicenda di Sandra è come un  grido (però, verrebbe da dire, sommesso, come è da sempre nello stile dei Dardenne) di allarme, che proviene dalle schiere anonime  dei lavoratori comuni ( come solo pochi registi, e tra questi Loach, Leigh, Aki Kaurismaki e lo stesso  Guédiguian,  hanno saputo fare in questi anni; altri hanno anche parlato con efficacia  dei manager licenziati, pensiamo a film come A tempo pieno di Cantet, 2001, o Cacciatore di teste di Costa-Gavras, 2005).

15 anni dopo Rosetta (un film e un personaggio che in quegli anni erano diventati dei simboli nelle lotte e nelle manifestazioni sindacali in Belgio),  Sandra si muove nel paesaggio post-industriale e quasi apocalittico delle continue “guerre tra poveri”. Poveri che, ed è l’unica certezza, sono ormai soli “senza più senza nessuno che ti dia una mano, senza uno straccio di sindacato, di associazione, di confraternita”, come diceva nella sua bella recensione da Cannes su Cineforum.it  Bruno Formara (vedi qua).  Solo le cerchie più intime ( il marito, i figlioletti, i due colleghi-amici che la sostengono), possono offrire un appiglio alla depressione di cui Sandra ha sofferto e che ora la rende l’ “anello debole” (ovvero, fuor di metafora, la prima nella lista dei possibili licenziamenti “discriminatori”) nella fabbrichetta di pannelli solari con 16 dipendenti e tanti capi (dove del sindacato non si vede traccia, altro che art.18, eppure in Italia ancora…). Ma forse anche in Belgio i piccoli imprenditori (dietro la maschera del paternalismo) difettano di coraggio e il licenziamento di Sandra viene dunque camuffato da un piccolo, meschino ricatto, una specie di “lotteria” (con cui si apriva, se ricordate, anche Le nevi del Kilimangiaro di Guédiguian): il posto di lavoro di Sandra verrà mantenuto solo se i suoi colleghi rinunciano al “bonus” di 1.000 euro. Insomma un “prendere e lasciare (il bonus e la solidarietà).

Per 14 volte e per 14 incredibili piani-sequenza che sfidano la ripetitività della situazione di partenza (la stessa identica domanda posta dalla donna ai colleghi e ai loro familiari) i Dardenne ci rivelano 14 diversi e irripetibili “incontri-scontri” umani, tra volontà e necessità, tra angoscia privata e senso di colpa “sociale” frapponendo  sempre, in quei colloqui,   tra Sandra e e il suo interlocutore un “ostacolo” fisico e simbolico al tempo stesso.

Ma alla base di un simile risultato  c’è un sempre il metodo rigorosissimo dei Dardenne che sa peraltro prevedere come “accogliere l’imprevisto” durante le riprese e come accettare i “consigli” degli attori (in questo metodo anche  la “star” Cotillard viene posta -programmaticamente- sullo stesso livello di ogni altro attore e personaggio; si veda in dettaglio sul metodo seguito per questo film la la ricca intervista di Philippe Rouyer e Yann Robin sulla rivista Positif, n. 639, maggio 2014). E un grosso apporto alla riuscita del film va  proprio a Marion Cottilard qua davvero strepitosa per la grazia naturale con cui interpreta un ruolo difficilissimo,  fragile e al tempo stesso caparbio, molto lontano da altri suoi ruoli glamour, ma semmai molto vicino al personaggio di Un sapore di ruggine ed ossa, il film di Audiard del 2012.

Un’ultima notazione per la musica, che nei film dei Dardenne era stata per molto tempo assente e che aveva fatto la sua prima apparizione “visibile” ne Il ragazzo con la bicicletta (2011). Qua i due registi usano due canzoni assai diverse ma entrambe possiamo dire vintage ed entrambe in due snodi narrativi  assai importanti del film: una canzone commerciale come “La nuit n’en finit plus” di Petula Clark (guarda qua il live all’Olympia) e “Gloria” di Van Morrison, nella versione originale datata 1964  (vedi qua  il live).

Alla fine del film,  Sandra ha rinunciato ad essere l’ ennesima e indifesa pedina della infinita “guerra tra i poveri”  e avrà mollato l’azienda. Ora però, dopo questa prova,  è pronta a cerccare altre strade e a non rimpinzarsi più di antidepressivi. Al telefono con il maritro dice con voce per la prima volta nel film contenta: “On c’est bien battu”.

Sì,  Sandra e i suoi colleghi si sono battutti davvero bene. Forse questa loro lotta, forse questo cinema resistente, senza “happy ending” ma anche aperto alla speranza di un nuovo inizio -speranza  che solo l’azione concreta e la fiducia in noi stessi e nel prossimo  può dare,  e a prescindere dagli esiti – non fermerà la deriva in cui ci troviamo, impotenti e spauriti.

Però la Sandra  di  “Deux Jours, une Nuit”, noi non la dimenticheremo facilmente, proprio come la giovane Rosetta.locandina dardenne

Il film a Milano è in programmazione da oggi ai cinema Anteo Colosseo e Arlecchino.

Stay Tuned!

 

 

 

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