2014: ”Tempi moderni”? Dieci film per ricordare i diritti. Parte prima: la memoria del lavoro

Italo Calvino, 1923-1985

Italo Calvino, 1923-1985

La “nuvola di smog”, quella polvere fuligginosa, reale e metaforica a un tempo, che nel memorabile racconto di Italo Calvino del 1958 ricopriva Torino, città-simbolo del nostro sviluppo industriale del dopoguerra, non la vediamo e sentiamo ormai più. Sull’ “altare del progresso” (come si suole enfaticamente dire), più prosaicamente per la  sopravvivenza da conquistare  e per l’identità da conservare attraverso il (duro) lavoro, in troppi luoghi d’Italia abbiamo sacrificato per decenni la salute dei padri e delle generazioni successive, da Taranto a Casale Monferrato, dalla “terra dei fuochi” a Gela, ecc., ecc..

Così, in tanti, abbiamo mangiato la “zuppa del demonio” (vedi oltre, sul film di Davide Ferrario), firmando (spesso per necessità) un patto (diabolicamente) paradossale. Sì, l’elenco delle nostre “materie oscure” sarebbe davvero molto lungo. Non a caso Materia oscura è il titolo dell’ultimo (sin qui) documentario di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti: parla di una vicenda terribile, che si è svolta a nostra insaputa per oltre mezzo secolo, dal 1956 al 2011 (ma non certo all’insaputa delle comunità della Sardegna sud-orientale che hanno pagato, appunto, con la propria salute, e con quella dei loro animali e dell’ambiente circostante…)  per gli esperimenti nel poligono militare del Salto di Quirra sapientemente occultati all’opinione pubblica prima delle inchieste della magistratura (qui la puntuale recensione da doppiozero.com).

Ma in Italia, ci pare almeno, viviamo ormai da tempo come dentro un’altra, più densa, oscura, e minacciosa “nuvola”.  Questa nuvola è una inquietudine sorda, però febbrile in superficie; è una cupa, spesso persino torva, indifferenza per cosa e soprattutto per chi ci sta intorno; è, forse ancor più in profondità, una pulsione verso l’oblio, quasi una “rimozione”, tanto a livello individuale che collettivo, dei fatti sociali e politici, e in special modo di quelli più drammatici, della nostra storia recente (solo i periodici anniversari, ci destano, ma per un tempo sempre più breve, letteralmente effimero, dal torpore…).

Però, e per fortuna, esiste e resiste, in Italia come in Europa e nel mondo, un cinema – che per lo più è un cinema “documentario”, quello che chiamiamo ormai da tempo “cinema della realtà” – che ci aiuta a ricordare e tenere viva la memoria. In particolare, la memoria del lavoro e la memoria dei diritti!

Voglio allora ricordare qua dieci film (editi tra il 2013 e il 2014), da me visti comunque quest’anno, che penso siano importanti antidoti contro quell’indifferenza, quel torpore, e in primo luogo contro quella perdita di memoria…

I primi 5 film di questo post parlano esplicitamente di lavoro – dei diritti, della dignità, della complessità dell’esperienza lavorativa.

Li elenco qua di seguito, in ordine alfabetico, non mi interessa stilare classifiche di gusto o giudizio personale, ma solo segnalarli alla vostra attenzione. Sperando che possano essere ancora visti, recuperati, distribuiti, discussi. A loro volta, “ricordati”.

Prima di tutti, però, mi piace ricordare la versione restaurata (grazie alla Cineteca di Bologna e al suo meritorio Progetto Chaplin) di Tempi moderni (1936), capolavoro senza tempo ora da riscoprire (magari per i più giovani da scoprire!) in sala (a Milano lo programma il cinema Beltrade di via Oxilia)

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LA MEMORIA DEL LAVORO

Dal profondo, di Valentina Pedicini, Italia, 2013 (visto a “Sguardi Altrove Film Festival” 2014).
Patrizia, forse l’unica minatrice italiana, figlia di un minatore, dialoga con il padre morto e lotta con i suoi compagni uomini per scongiurare la chiusura della miniera dove lavora in Sardegna. Dalle viscere più profonde della terra, una preghiera – abissale e vertiginosa, laica e spirituale a un tempo.

Due giorni, una notte (Deux Jours, Une Nuit), di Luc e Jean-Pierre Dardenne, Belgio 2014 (visto in sala, rigorosamente in versione originale).
Una storia di “finzione”, ma assai realistica, esempio comune delle quotidiane “guerre tra poveri” del mondo “globalizzato”, ma ancor più “precarizzato”. 14 piani-sequenza, 14 incontri che partono nello stesso modo, con una stessa identica frase, ma ogni volta seguono un percorso diverso, a volte inaspettato, come del resto è la “ronde” della vita. Per scoprire, alla fine, che solo la dignità può farci sentire in pace con noi stessi. E applaudire (dentro di noi almeno) a scena aperta Marion Cotillard, senza un filo di trucco, ma assolutamente radiosa, dire (sorridendo per la prima volta nel film): “On s’est bien battus, je suis heureuse!”! (ne ho scritto qua su questo blog)

El lugar de las fresas, di Maite Vitoria Daneris, Italia 2013 (visto a “Sguardi Altrove Film Festival” 2014 dove ha vinto il primo premio del concorso documentari “Le donne raccontano”).
La storia di Lina, contadina settantenne, che ogni mattina, al buio, parte da San Mauro, il “paese delle fragole”, per arrivare nel mercato all’aperto più grande di Europa: Porta Palazzo, Torino, dove un giorno arriva Hassan, giovane immigrato marocchino in cerca di lavoro…La poesia del quotidiano, la realtà di un mondo multiculturale, in un progetto lungo 7 anni (e che ancora continua con ostinata passione alla ricerca di una distribuzione) di una giovane regista spagnola, che vive oggi tra Torino e Madrid. E con un pensiero al marito di Lina, riservato comprimario del film, recentemente scomparso (qua il sito del film).

Triangle, di Costanza Quatriglio, Italia 2014 (visto a Torino Film Festival 2014).
100 anni (1911-2011) separano il tragico incendio della fabbrica newyorchese di camicette (nel rogo morirono 146 persone, 123 donne, 23 uomini) dal crollo della palazzina di Barletta dove morirono 5 operaie…regolarmente in nero. Ma se quella lontana tragedia americana ebbe almeno il merito di aprire la strada a una maggiore consapevolezza collettiva e a un movimento sociale e sindacale per la sicurezza sul lavoro, il racconto dell’Italia di oggi fatto dall’unica sopravvissuta lascia senza fiato, per il drammatico, incredibile  mix tra fatalismo e totale inconsapevolezza dei propri diritti…. Come se la Storia, cento e più anni dopo, avesse camminato all’incontrario…(e in effetti succede anche questo, a un certo punto del film). La regista ne parla qui in una bella intervista a Cinecittò News.

(La) zuppa del demonio di Davide Ferrario, Italia 2014 (visto a Venezia.71, ne ho scritto delle note per Cinecriticaweb, vedi qua)
La memoria autentica – visiva e sonora – del lavoro italiano. Oltre cento anni di documentari industriali delle più importanti aziende italiane, raccolti e montati da Ferrario per provare a trovare il senso, grazie anche alle voci parallele dei principali intellettuali italiani, di una epopea in chiaroscuro. Ma grazie soprattutto ai materiali dell’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa di Ivrea, recuperabili anche in rete (www.cinemaimpresa.tv/). P.S. La “zuppa del demonio” era un’espressione coniata da Dino Buzzati nel suo commento a Il pianeta acciaio, documentario industriale del 1964 sulle lavorazioni negli altiforni di Bagnoli.

E per l’elenco degli altri 5 film…Stay Tuned!

Intanto, auguri di Buone Feste!!! 🙂

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