Il cinema di qualcuno…lontano dai red carpet…

Segnalo un film indipendente che una sala cittadina  coraggiosa e indipendente sta proiettando già da giorni. Parlo di “Figlio di nessuno” (No One’s  Child), del regista serbo Vuk Ršumovic, in programmazione al Cinema Beltrade di Milano (oggi, 24 aprile, doppio spettacolo alle 17.20 e alle 20.20)

FIGLIO DI NESSUNO

Qua il link a una mia breve recensione scritta in inglese e pubblicata sul sito della FIPRESCI, la federazione internazionale della critica http://www.fipresci.org/festival-reports/2014/venice/a-hunting-party-in-the-middle-of-a-forest.  Ero nella giuria FIPRESCI a Venezia l’anno scorso e sono molto contento di aver contribuito a premiare questo film (l’altro film, tra quelli in competizione,  che ha avuto il premio Fipresci a  Venezia 71 è stato The  Look of Silence  (che ho recensito per Cinecriticaweb, la rivista on line del Sindacato Critici Italiani, vedi qua link).

Includo qua la traduzione in italiano che ho fatto della recensione

Uomini e lupi
(Titolo originale : A Hunting Party in the Middle of a Forest) di Sergio Di Giorg
i06-Figlio-di-nessuno-poster
La prima scena è una partita di caccia nel cuore di una foresta. Pochi istanti dopo, in una ripresa dall’alto, vediamo i cacciatori inseguire ed acciuffare una figura umana che cammina a quattro zampe. Stacco. Nella scena seguente, in piano ravvicinato nel retro di un automobile, vediamo, uno accanto all’altro, un lupo morto, intriso di sangue, ed un ragazzino rannicchiato, sporco e tremante.
E’ l’inizio di Figlio di nessuno (No One’s Child, Nicije dete), esordio nel lungometraggio del regista e scrittore serbo Vuk Ršumovic (nato a Belgrado nel 1975). Il film era alla Mostra di Venezia 2014 nel concorso della 29ma Settimana Internazionale della Critica, la sezione autonoma organizzata dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI). Il film ha vinto il premio del pubblico (“Raro Video Audience Award”) insieme a uno dei due premi della FIPRESCI (la Federazione Internazionale della Critica), quello che premiava i film in concorso nella sezione Orizzonti e nella SIC.
La storia, ispirata a fatti realmente accaduti, di un ragazzo-lupo cresciuto nelle foreste tra i monti della Bosnia-Herzegovina è datata 1988. Il regista era ben consapevole di come una storia simile fosse intimamente connessa ai miti e alle favole (incontrando il pubblico dopo la proiezione veneziana ha fatto riferimento anche agli archetipi junghiani) e che, inoltre, il film sarebbe stato inevitabilmente oggetto di confronto – almeno nella memoria dei cinefili – con opere quali “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut (1970) e “L’enigma di Kaspar Hauser” di Herzog (1974).
A dispetto di tutto questo, Ršumovic fa le sue scelte, sul piano tanto stilistico che narrativo. Man mano che il film procede, il regista assume sempre più quello del ragazzo come l’unico punto di vista del film, lasciando da canto quelli di medici ed educatori (come invece facevano i celebri film sopra citati). Inoltre, riesce a evitare la trappola – così frequente nelle opere prime – dell’enfasi, lasciando che il film parli solo con il potenziale emozionale e metaforico della sua stessa storia (ecco anche perché, ha rivelato sempre nel dibattito dopo l’anteprima a Venezia ha eliminato al montaggio il suono di un colpo di fucile che si udiva nel finale).

Il risultato è un esordio di grande forza narrativa, dove ogni dialogo è essenziale ed ogni inquadratura ha la sua giusta angolazione e la sua esatta durata. Ottima la prova di tutto il cast su cui spicca la performance di Denis Muric nel ruolo del ragazzino Haris o Pucke, nomignolo che gli viene affibbiato nel set reale e simbolico dell’orfanotrofio dove il “figlio di nessuno” viene rinchiuso e lasciato alla mercè del sadismo dei suoi compagni e della burocrazia. Ma, quando nel 1992 scoppia la guerra civile, le autorità si sbarazzano ancora una volta di lui e lo spediscono al fronte con un fucile in spalla.

“Figlio di nessuno” non è un film sulla Guerra nella ex Ygoslavia. Secondo il regista, il tema centrale del film è il conflitto tra il desiderio di appartenere e quello di essere amati, in un contesto esterno dove protezione, cura, amore sono parole senza senso. Persino il suo compagno Zika, l’unico che sembra mostrare un interesse per Haris, in realtà lo usa come un giocattolo o lo manipola, per conquistare una ragazza o per tentare di evadere dalla sua solitudine.

In quest’ottica, si comprende come Ršumovic si sia identificato nel ragazzino Haris e nel suo destino: “a quel tempo, Harsi era un adolescente, come me. Come quasi tutti quelli della mia generazione, mi sentivo abbandonato dallo Stato”. Il volto gelido della burocrazia è uno dei nodi narrativi del film, a partire dal modulo dei dati anagrafici del ragazzo, dove tutte le caselle vengono lasciate vuote, tranne quelle del nome. E’ solo uno – il primo – dei tanti arbitrii cui dovrà sottostare, ma che avrà riflessi sulla sua vita, in tempo di guerra, e lo spingerà a prendere per la prima volta una decisione autonoma che traccerà il suo destino come un simbolico percorso circolare.

Stay Tuned!

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