Dopo una vita intera. Il ritorno a casa di un “prigioniero per motivi di opinione”, a Singapore

Nel ricco programma della trentesima edizione della “Settimana Internazionale della Critica” a Venezia72 figurava anche un film preveniente da Singapore, The Return, esordio nel lungometraggio di Green Zeng, artista (nato nel 1972) che ha sin qui lavorato in modo particolare sulla ricerca storiografica e sull’identità del proprio paese attraverso diversi linguaggi espressivi: cinema, arti visive e teatro. Il film di Green Zeng tratta temi scopertamente politici – l’ondata di repressione che a ridosso dell’indipendenza del paese dalla Malesia (9 agosto 1965, e che faceva seguito a quella ottenuta pochi anni prima dell’impero britannico), avrebbe portato all’incarcerazione di numerose persone accusate di simpatie “comuniste” – ma lo fa con quell’approccio indiretto o allusivo e con i segni stilistici e culturali tipici del miglior cinema asiatico “d’autore”.

Il regista Green Zeng con Francesco Di Pace, delegato generale della

Il regista Green Zeng con Francesco Di Pace, delegato generale della “Settimana Internazionale della Critica”

Lim Soom Wen, il protagonista del film, era solo un tranquillo insegnante. L’incipit del film è un breve ma emblematico piano-sequenza, ambientato nel pianerottolo di casa (la stessa casa): mostra il momento dell’arresto e, appena dopo, quello del ritorno dell’uomo. E’ uscito di prigione, ma, lo apprenderemo da lì a poco, sono trascorsi 50 anni, una vita intera. La moglie è morta, lo accoglie la figlia Mei, sempre devota al padre, a differenza del figlio Tien che mostrerà il suo risentimento per l’”abbandono” paterno, salvo poi legarsi di nuovo a lui, mentre il film procede con il suo passo quieto, disseminando indizi sul passato e sul presente dell’uomo, mentre il futuro appare solo come una incognita. Un altro piano sequenza, posto sempre all’inizio del film, accenna, come fossero frammenti sfocati di un brutto sogno, alle percosse subite e alla firma apposta alla “confessione”.

Campi lunghi, ampie panoramiche, movimenti di macchina e di ottiche lenti e graduali, ad avvicinare e allontare i personaggi, dialoghi scarni ma essenziali tra i personaggi, e molti, eloquenti silenzi. Grazie a queste scelte di stile, e a un montaggio fluido e ricco di dissolvenze, il regista attrae nel flusso temporale della narrazione lo spettatore, lo rende partecipe di quel grande spaesamento del protagonista, che trova il quartiere e l’intera isola irriconoscibili, ma al tempo stesso prova a ricostruirsi una nuova identità sociale.

Lim Soom Wen ha le caratteristiche proprie di quegli innumerevoli “prigionieri per motivi d’opinione” che Amnesty International cerca dal momento della sua nascita di tutelare, riuscendovi ovviamente solo in modo certo marginale sul piano meramente quantitativo, ma importantissimo sul piano simbolico. Crediamo non siano poi molti i film che raccontano e ci inducono a riflettere sul “dopo”, ovvero sulla vita e il destino  che attendono, al di là della libertà riacquistata,  le vittime di lunghe carcerazioni legate a “reati di opinone” o, spesso, a reati inesistenti, confessati sotto tortura (è questo, tra l’altro,  il caso di cui tratta in maniera dura ed esplicita il film che ha ricevuto il premio di Amnesty International – Italia “Il cinema per i diritti umani” a Venezia72, il film indiano Interrogatorio del regista Vetri Maaran, “Orizzonti”; cfr. il comunicato stampa).

Che escano di prigione in anticipo o meno rispetto alla scadenza della pena, le vittime riacquistano la libertà ma non ritrovano più i loro riferimenti e i legami, sociali e familiari. Inevitabilmente, Lim cercherà i suoi vecchi compagni di prigionia: c’è chi è morto, chi si ritrae per il senso di colpa di altre delazioni e “confessioni” con cui ha ottenuto  magari uno sconto di pena (“avresti potuto tornare prima, se solo avessi voluto” è l’accusa terribile rivolta dal figlio al padre appena tornato in libertà). Ma l’anziano professore non si è piegato eppure ora superato il rancore e, in una scena madre del film, citerà non a caso Nelson Mandela come modello per superare l’odio e il conflitto, a cominciare da noi stessi.
Attorno, sullo sfondo di gru e grattacieli, nella “città-stato” si avverte la morsa di una crisi economica che non risparmia nessuno: il figlio Tien morirà di infarto proprio a causa delle preoccupazioni finanziarie, la figlia, che accudisce da sola il suo bambino, si trova costretta a raggiungere il marito che lavora a Londra, e chiederà allora al vecchio padre di seguirli, per poter vendere o affittare l’appartamento. Nel finale, aperto come si conviene, l’uomo, da solo ma con un borsone, uscirà dal campo lungo sul ponte che guarda la Malesia e sul quale i personaggi indugiano spesso nel corso del film.

“Penso solo a un finale migliore per lui” ha detto il regista alla fine dell’incontro, lasciando libera l’immaginazione dello spettatore. Ma la storia, tratta dal vissuto familiare del regista come da tante storie lette e ascoltate, è tratta interamente dal vero. “Solo negli ultimi anni, e avvicinandosi il cinquantesimo anniversario dell’indipendenza, a Singapore si è cominciato a parlare di quel terribile periodo, superando una lunghissima rimozione“, ha detto Green Zeng nell’incontro con il pubblico dopo il film. “Mi interessa recuperare frammenti di vite umane e di storie del mio Paese che sono state tralasciate, dimenticate, rimosse, specie quelle delle persone detenute“. Ma il tema ultimo del film “è il sacrificio” e questo spiega perché si vedono immagini del crocifisso o scene girate all’interno della Chiesa cristiana (rispondendo a una domanda dal pubblico il regista ha chiarito che la religione cristiana, al contrario di quanto si possa credere, è una delle principali confessioni a Singapore, ed è oggi praticata da quasi il 20% della popolazione, come del resto in altri paesi del sud-est asiatico).

“Molte persone mi avevano messo in guardia, consigliandomi di non fare il film, io però non mi sono fatto intimidire, volevo raccontare questa storia, e conto solo sul giudizio del pubblico”. Purtroppo, Green Zeng non sa quali saranno le reazioni delle autorità e non sa nemmeno se il suo film sarà distribuito in patria (spera soprattutto nella vetrina del Singapore Film Festival, che inizia il prossimo 26 novembre).

Anche a Singapore, comunque, sta iniziando a emergere una leva di cineasti che, con differenti cifre espressive, affrontano il tema della memoria (ricordiamo  Daniel Hui, il cui film Snakeskin era allo scorso Torino Film Festival). Ed è importante, oggi,  che The Return esista. Speriamo che a Venezia, pur consapevoli di quanto difficili e imperscrutabili siano i percorsi della distribuzione,  quest’opera abbia solo fatto il primo passo di un lungo cammino.

Una immagine tratta da The Return, Green Zeng, Singapore, 2015, 80'

Una immagine tratta da The Return, Green Zeng, Singapore, 2015, 80′

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