Pasolini, la libertà e la forma. Una lezione per i formatori italiani a convegno (Milano, 13-14 novembre).

La quarta edizione di Bookcity Milano si è appena conclusa con un grandissimo successo di pubblico (150.000 presenze). In un magico ottobre milanese, che sembrava a tratti primavera,  questa curiosità ed eccitazione per i libri e i loro autori che circolava per la città era, di questi tempi,  una cosa che consolava il cuore…

Peccato che (se non andiamo errati) tra gli oltre  800 (ottocento) eventi (tanti, troppi, comunque sempre meglio che gli oltre mille del 2014) solo 2 (due) ricordavano Pier Paolo Pasolini, a pochi giorni dal quarantennale della scomparsa…E, in entrambi i casi, il merito principale ci sembra fosse della Fondazione Forma per la Fotografia che li ha ospitati entrambi nella sua nuova sede di via Meravigli, in pieno centro a Milano (certo la sede originaria in Ticinese, incastonata nel vecchio deposito dei tram ATM, aveva un fascino indimenticabile…) dove sino al 15 novembre si può ammirare la bella mostra “La vera Italia? Due inchieste di Pier Paolo Pasolini. La lunga strada di sabbia – Comizi d’amore”, curata da Alessandra Mauro, direttore artistico dello spazio (in collaborazione con la Cineteca di Bologna).pasolini_0

Dopo l’incontro con Fabio Francione per la riedizione del volume Pasolini sconosciuto (Edizioni Falsopiano), sabato scorso lo scrittore Walter Siti, curatore dell’opera omnia pasoliniana per ‘I  Meridiani’  Mondadori, insieme alla stessa Alessandra Mauro e al critico cinematografico Alessandro Stellino, ha svelato i fili  che tra il 1959 e il 1963 – anni fondamentali per Pasolini, che lo vedono, tra l’altro,  abbandonare la metrica nella sua poesia ed esordire come regista – univano quelle due inchieste. Da una parte La lunga strada di sabbia,  il reportage per la rivista Successo per il quale Pasolini percorre tutta la costa italiana da Ventimiglia alla Sicilia al volante di una Fiat Millecento e ritrae un paese in transizione alla vigilia del boom economico; dall’altra l’inchiesta sugli italiani e la sessualità, il cui esito sarà il film Comizi d’amore (1964), per la quale di nuovo percorre la penisola, dalle spiaggie borghesi della Versilia ai cortili contadini emiliani, dalle fabbriche e dalle strade delle città giù sino al Sud più arretrato. Un film che rispetto all’impianto iniziale (in cui Alberto Moravia e Cesare Musatti dovevano avere il ruolo di interpretazione e debriefing del materiale girato) vivrà della enorme ricchezza delle interviste raccolte grazie anche a quell’umiltà  e rispetto  che Pasolini “inviato speciale” possedeva e mostrava e che facilitavano la fiducia e l’apertura da parte dei suoi interlocutori, qualunque fosse la loro età e condizione sociale (umiltà e rispetto,  ha giustamente osservato Siti, doti davvero molto rare presso i giornalisti nostrani quando intervistano, ad esempio, delle persone straniere o comunque fragili e indifese…).

Un’altro momento importante in quegli anni per Pasolini, come ha ricordato Alessandro Stellino,  è la realizzazione del “poema filmico” La rabbia, dove la poesia di Pasolini fa da contrappunto a immagini d’archivio dei principali fenomeni ed avvenimenti politici sociali ed economici del periodo (ma il produttore snaturò il progetto originario affidando una seconda parte “vista da destra” a Giovannino Guareschi, con il risultato che il film “scomparve” per decenni, sino all’intervento di recupero e restauro della Cineteca di Bologna solo nel 2008).

Ma l’impresa originale e assai rischiosa de La rabbia (per un regista che con in soli due anni con Accattone Mamma Roma e La ricotta, il suo episodio di Rogopag, si era già imposto come un grande cineasta) rappresenta per Siti proprio il filo rosso dell’intera avventura poetica e culturale (ed anche umana) di Pasolini, la ragione per la quale – a differenza di un Calvino o di un Montale – egli non sarà mai un “classico”,  ma solo e sempre un artista e intellettuale “eretico” o “corsaro”: è la sua  voglia continua di sperimentare nuovi linguaggi e di mescolare quelli vecchi, di creare opere che consapevolmente saranno incompiute, imperfette, inclassificabili, ecc. Di rischiare, insomma: nuove “forme”, mobili, non definitive, ma non legate all’effimero, ma a una ricerca che durava sin dagli inizi, lassù nel Friuli. Il cinema, del resto, sazierà la sua voglia di viaggiare e di scoprire nuovimondi, anche solo per compiere “sopralluoghi” o scrivere “appunti” filmici, sempre nel segno di un dialogo continuo tra le arti e i linguaggi.

Per questo egli teorizzò e soprattutto praticò  un “cinema di poesia” che non si oppone ma si caratterizza chiaramente rispetto a un “cinema di prosa”. Un cinema dove si sente sempre il linguaggio della macchina da presa e che proprio dal linguaggio e dalla sua conoscenza e consapevolezza trae la sua libertà.

Anche per questo l’opera di Pasolini può insegnare molto a chi vuole “liberare la formazione” da formule pre-stabilite e da modelli pre-confezionati. Perchè ci vuole tenacia per coltivare la memoria, per connettere il mito al futuro,  e ci vuole coraggio per affermare, sfidando le censure e le auto-censure, la “parola contraria”, o per smascherare le ipocrisie di massa e denunciare gli intrighi – spesso inconfessabili – dei vari “poteri forti” (in primo luogo le mafie…).

Ho dunque anche io voluto ricordare Pier Paolo Pasolini (ma anche le analisi di Francesco Casetti sul cinema che viene e che verrà) in un contributo (vedi qua) per il  sito AIF “Liberare la formazione”, tema del prossimo Convegno nazionale dell’AIF (MIlano, 13-14 novembre 2015) dedicato appunto a “Liberare la formazione”.

In quella sede, insieme a Dario D’Incerti, faremo parlare anche le immagini del cinema…

Stay tuned!

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