Tra opposte sponde. Il cinema della realtà, e della relazione, che racconta le migrazioni

Mentre è in corso da lunedi alla fabbrica del Vapore di Milano il workshop di videomaking sul come raccontare oggi le migrazioni http://www.sguardialtrovefilmfestival.it/nw/workshop-le-migrazioni-come-e-perche-raccontarle-con-le-immagini/, la 23° edizione di Sguardi Altrove Film Festival (dal 17 al 25 marzo 2016) ha già stasera -mercoledi 16 marzo- un suo prologo alle 20.30, all’Auditorium di Radio Popolare con l’anteprima di SHOW ALL THIS TO THE WORLD di Andrea Deaglio prodotto da mufilm (http://www.mufilm.it/show/), in contemporanea con la trasmissione radio “Vogliamo anche le rose” di Barbara Sorrentini, alal presenza del regista e con interventi previsti, tra gli altri, di Patrizia Rappazzo, direttrice artistica del Festival, e Sonia Forasiepi di Amnesty International. Il film – che sarà in programmazion anche allo Spazio Oberdan di Milano domenica 20 marzo alle ore 22.15 – fa parte della selezione di “Diritti umani, oggi”, sezione no n competitiva del Festival che ho curato anche quest’anno, con la collaborazione di Amnesty International – Sezione Italiana.

Qua di seguito la presentazione dei film della sezione che ho scritto per il catalogo del Festival (scaricabile da www.sguardialtrovefilfestival.it)

Da opposte sponde. Storie migranti, da mostrare al mondo

La sezione non competitiva “Diritti umani, oggi” è dedicata quest’anno quasi esclusivamente al tema delle migrazioni dai Sud del mondo, uno dei drammi sociali e politici più controversi del nostro tempo. In programma, alcune opere indipendenti che riannodano i fili della Storia e della cronaca, utilizzando approcci e registri stilistici assai diversi per raccontare il fenomeno (su questo lavora anche il workshop di videomaking condotto da Paolo Martino, regista di Terra di transito, presentato lo scorso anno a Sguardi Altrove e che fa da prologo al Festival).

Da tempo – oggi persino conquistando premi e ribalte internazionali – il cinema incrocia le rotte infernali dei migranti, o meglio la parte finale di un lungo e spesso indicibile tragitto. La “frontiera liquida” del Mediterraneo sbalza i più agili e fortunati tra gli “acrobati di oggi” (come li definisce Erri De Luca in una sua poesia), su isole e terre mitologiche. Tutti, però, puntano verso il “sicuro sole del Nord”, ma questo sole che a lungo è stato l’Europa appare ora in eclissi: il terrore globale e gli egoismi nazionali hanno piantato muri e fili spinati, schierato ruspe, polizie, cani feroci, aperto o riallestito posti di confine mai dismessi per davvero.

Flotel Europa di Vladimir Tomic, regista di Sarajevo, ci riporta alle scene iniziali del nostro più recente immaginario: gli esodi di massa dei primi anni ’90 dalla guerra e dalle atroci “pulizie etnico-religiose” del dopo-Jugoslavia (ma per noi italiani il ricordo più vivido resterà la fuga dall’Albania nell’estate del 1991). Tomic torna ai suoi 12 anni e a quella enorme nave, hotel galleggiante attraccato al porto di Copenaghen che accolse, grazie alla Croce Rossa, oltre mille profughi. Lo fa recuperando dall’oblio e ricucendo, in voce over da adulto, le immagini vintage – sgranate, piene di vuoti e interferenze – delle videocassette girate dai familiari e da altri “passeggeri”. Quasi all’estremo opposto sul piano della rappresentazione, Show all this to the world di Andrea Deaglio, ci trascina nel presente, davanti alle immagini nitide di una storia in fondo piccola e per noi un po’ vergognosa, forse per questo già dimenticata: quella dei migranti africani che la scorsa estate, a pochi metri dai bagni dei turisti, rimasero per mesi sugli scogli della frontiera italo-francese di Ventimiglia.

Sono ancora forme antiche di comunicazione, come le lettere scritte a mano, a rendere reali i legami invisibili e il comune destino di Mohsen, postino e artista a Zarziz (Tunisia), e Vincenzo, becchino in pensione a Lampedusa: due uomini che offrono sepoltura, viatico di preghiera e una parziale identità ai naufraghi, clandestini anche nella morte. Il loro dialogo a distanza, come quello delle immagini di due comunità divise solo dal mare e dalla diversa religione, scandiscono il racconto di Sponde. Nel sicuro sole del Nord di Irene Dionisio, che mescola in una efficace sintesi poetica quotidiano e trascendente.

Ancora più numerose, e in buona parte inedite, sono le prospettive a confronto in Redemption Song di Cristina Mantis (il film, patrocinato da Amnesty International-Italia, di recente è stato proiettato anche nell’isola di Gorée in Senegal). Le nostra visione sui migranti, la loro visione su di noi, e su se stessi: tutto viene messo in discussione nel viaggio a ritroso del protagonista (e co-sceneggiatore) Aboubakar Cissoko, profugo di guerra dalla Guinea, che decide di tornare in Africa per spingere i giovani del suo continente a una presa di coscienza sui “falsi paradisi” dell’Occidente e sulla necessità, anche economica, di mantenere l’identità culturale e sociale.

Chiudono la selezione due cortometraggi di grande impatto emotivo come Il doppio gioco di Melilla di Paolo Martino e Mario Poeta, ambientato in uno dei confini da tempo più sensibili della “fortezza Europa”, quello tra Marocco e Spagna, e Mediterraneo. La nostra frontiera liquida di Rosalba Ferba e Gabriella Guido, racconto evocativo per immagini e musica, con le foto di Massimo Sestini e la voce narrante di Erri De Luca.

Inoltre, in ricordo del quarantesimo anniversario del golpe dei militari argentini (24 marzo 1976), la sezione ospita l’anteprima italiana di Historias de un juicio di Alexandra Garcia-Vilà e Franck Moulin, seguita da un incontro con esperti e testimoni.

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