Tornando alla casa della madre, mentre fuori infuriano altre guerre. I documentari a Sguardi Altrove Film Festival

Sono iniziate ieri, allo Spazio Oberdan di Milano, le proiezioni del concorso internazionali documentari “Le donne raccontanto” a #23SguardiAltroveFF.

Sono 10 titoli selezionati da me insieme a Stefania Scattina. Ieri si è visto Coming and Going opera prima nel lungometraggio narrativo documentario della giovane cineasta cinese Tianlin Xu, uno spaccato della complessità e delle contraddizioni dello sviluppo economico della società cinese, tra città e campagna, tra sfruttamento intensivo del lavoro e miti consumistici (su tutto questo speriamo anche che possa essere distribuito in Italia un’opera possente, realistica e   visionaria a un tempo vista a settembre a Venexia, quel “Behemoth” di Zhao Liang).

OGGI (19 MARZO) passano invece tre titoli che vi segnaliamo.

Si comincia alle 15 con “I don’t belong anywhere” di Marianne Lambert, appassionato omaggio alla vita e al cinema di  Chantal Akerman di una delle sue più fidate collaboratrici (alla cineasta belga, scomparsa a ottobre, il Festival dedica un omaggio di alcuni tra i suoi titoli piàù importanti, a cura di Floriana Chailly che sarà presente in sala). Si prosegue poi, alla presenza delle registe con (18.30) “Où est la guerre” dove Carmit Harash, tra le strade di Parigi,  insegue (dal 2012…) i sintomi di conflitti sottotraccia, ma pronti, come tragicamente ormai sappiamo, ad esplodere; mentre (alle 20.30) in “Tutte le anime del mio corpo” (in anteprima assoluta) Erika Rossi ci restituisce, nell’eredità di un diario ritrovato,  la memoria di una madre, combattente partigiana, illuminando, a posteriori, il rapporto tra lei e la figlia.

Un filo rosso, questo della relazione madre-figlia, che era la trama centrale del cinema di Chantal Akerman e che, anche quest’anno, Sguardi Altrove Film Festival continua, come da 23 anni a questa parte, ad esplorare.

A questo proposito, e nel ricordo di Pier Paolo Pasolini e dei suoi indimenticabili versi  (Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire. Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile) mI piace anche ricordare le parole con le quali la grande fotografa Letizia Battaglia chiude la prefazione al catalogo della mostra fotografica “Pasolini alla casa della madre”, Casa Colussi, Casarsa della Delizia, 31 gennaio-31 marzo 2015 (un corpus di scatti di Letizia Battaglia a Pasolini del 1972): “Ecco, ora, dopo il tumulto di una vita intera, tutto ritorna a posto. Il mio Pasolini ritorna a casa, nella casa della madre, e a lei lo consegno”.

QUA DI SEGUITO IL MIO TESTO DI PRESENTAZIONE DELLA SEZIONE CONCORSO DOCUMENTARI DI SGUARDI ALTROVE FILM FESTIVAL

Sergio Di Giorgi

Tornando alla casa della madre, alle sue parole.

“Mia madre è il centro della mia opera”; “ho parlato per lei e qualche volta…contro di lei”, confessa Chantal Akerman a Marianne Lambert in I Don’t Belong Anywhere. Il film della Lambert, tra le più fidate collaboratrici della cineasta belga scomparsa lo scorso ottobre (qua presentato in anteprima italiana), è un viaggio emozionante tra le città e i set della sua vita e del suo cinema, ma racconta anche di “cose che passano dal cuore e non si possono mostrare”.
Nel segno della Akerman e del suo sguardo nomade e curioso, la selezione di questa edizione, curata insieme a Stefania Scattina, vede alcune giovani cineaste scavare tra guerre e rivoluzioni del passato (prossimo o remoto) e del presente, e persino anticipare quelle future.
Où est la guerre, infatti, non è una domanda, tantomeno retorica: è la constatazione che le minacce incombenti sono ormai dappertutto, sono il Terrificante (come direbbero gli psicologi à la page) che ha invaso il nostro quotidiano. Carmit Harash, giovane regista israeliana, dopo aver dedicato una trilogia al conflitto secolare che insanguina il suo Paese, si trasferisce a Parigi e già nel maggio 2012 inizia a battere la città, indagando segnali e sintomi di quanto sarebbe poi accaduto tra il 7 gennaio al 13 novembre 2015, e delle sue conseguenze.
La verità, infatti, viene dalle strade, assai raramente dalla televisione. Eppure, Anne Rousseillon, anche lei residente a Parigi, ma cresciuta al Cairo, decide di seguire la rivoluzione di piazza Tahrir a 700 km di distanza, vicino Luxor, insieme al contadino Farraj. I rivolgimenti politici successivi, sino al colpo di stato dei militari: tutto, in Je suis le peuple, viene visto attraverso la tv, ma dalla prospettiva quotidiana del villaggio, quasi un necessario “controcampo” della piazza e dei palazzi della capitale, a farci meglio cogliere la complessità di quell’immenso paese.
Ma guerre e rivoluzioni continuano a esercitare un’attrazione fatale. Alisa, giovane studentessa ucraina, dopo i sanguinosi moti di Euromaidan insegue il richiamo di una storia d’amore e dell’epopea identitaria per spingersi con i soldati verso il fronte orientale (Alisa in Warland, di Alisa Kovalenko e Liubov Durakova). Ora non è più solo un’osservatrice: nel bene e nel male, è parte degli eventi, però sa che, come ad un bivio, l’amore e la guerra si trovano sempre nella direzione opposta.
Le rivoluzioni sono spesso cancellate con la violenza, a volte dall’oblio. Per fortuna, la regista Nassima Guessoum, anche lei nata e cresciuta a cavallo tra due culture, francese e algerina, rintraccia le eroine dimenticate dell’indipendenza, in particolare un’altra Nassima (Nassima Hablal) e – per i cinque lunghi anni di lavorazione di 10949 femmes – in un rapporto sempre più intenso e delicato, ridà, appena in tempo, a lei e alle sue compagne, la parola. Un film che si interroga sul prezzo (sempre molto alto) della libertà, così come Kevin-Will My People Find Peace? di Elisa Mereghetti e Marco Mensa chiede a vittime, carnefici, testimoni di una tragica pagina della storia recente nella lontana Uganda se è possibile perdonare, trovare pace, ricostruire.
Tanti sono i paesi oggi impegnati in una difficile transizione tra modernità e tradizione. Due storie, assai diverse, dalla Cina e dall’Iran, descrivono molto bene questo passaggio fatto anche di cambiamenti radicali e laceranti, per i padri come per i figli, per le coscienze individuali come per l’intera società: tra città e campagna (Coming & Going, di Tianlin Xu), tra religione e laicità (Fest of Duty, di Firouzeh Khosrovani).
Anche il nostro paese, ancora impegnato nel guado tra cambiamento reale o “di immagine”, ha bisogno, per guardare consapevolmente al futuro, di preservare le radici e la memoria, minacciate dall’incuria e dall’oblio.
Fili sottili, ma significativi, a cominciare dall’ambientazione nelle terre da sempre operose e ora anche meticce del Nord-Est, uniscono un film (presentato in anteprima assoluta) come Tutte le anime del mio corpo di Erika Rossi e L’acqua calda e l’acqua fredda di Marina Resta e Giulio Todescan. Nella scoperta del diario di una giovane combattente partigiana, nascosto ma non distrutto perchè giungesse integro alla figlia, così come nei sogni trapiantati al Nord da imprenditori e operai del Sud, ritroviamo le tracce di un destino comune e l’eredità preziosa di chi ha resistito e lottato per la libertà e per i diritti, nella società come nel lavoro.

Buone visioni.

Stay TunedImmagine Manifesto Akerman

 

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