I corpi dei migranti, il loro sguardo. I film della sezione “Diritti Umani, Oggi” a Sguardi Altrove Film Festival-Milano

Abbiamo amato l’Odissea, Moby Dick, Robinson Crusoe,
i viaggi di Sindbad e di Conrad,
siamo stati dalla parte dei corsari e dei rivoluzionari.
Cosa ci fa difetto per non stare con gli acrobati di oggi,
saltatori di fili spinati e di deserti,
accatastati in viaggio nelle camere a gas delle stive,
in celle frigorifere, in container, legati ai semiassi di autocarri?
Cosa ci manca per un applauso in cuore,
per un caffè corretto al portatore di suo padre in spalla
e di suo figlio in braccio
portato via dalle città di Troia, svuotate dalle fiamme?
Benedetto il viaggio che vi porta, il Mare Rosso che vi lascia uscire,
l’onore che ci fate bussando alla finestra.

Erri De Luca

Words, words, words…Le parole possono essere dolci e profonde, profonde  di amore e di conoscenza, come queste parole di poesia di Erri De Luca, piene di cultura, di memoria, di rispetto, per gli altri da noi ma anche e in primo luogo per noi stessi, popolo di emigrati che ha dimenticato di esserlo (eppure tanti giovani stanno emigrando di nuovo…). Ma le parole possono essere pietre, come ci ha insegnato Carlo Levi, ricordando le lacrime e le parole della madre di Salvatore Carnevale, il contadino ribelle e sindacalista assassinato dalla mafia nel 1951.

Nella sua lingua, con le sue parole fatte di immagini che per essere ricordate a lungo devono essere  pugni o carezze,  anche il cinema continua a raccontarci le storie di questi “acrobati di oggi”, dell'”onore che ci fanno” e del disonore che sempre più spesso gli rendiamo, ad esempio quando avalliamo, non solo nelle chiacchiere da bar, ma anche sui media sedicenti “progressisti”, l’equazione migranti=terrorismo. Acrobati lo sono molti di loro, in senso letterale e non solo metaforico,  come dimostra Les Sauters, opera firmata da Moritz Siebert, Estephan Wagner, Abou Bakar Sidibè, che avevamo visto al Biografilm di Bologna l’anno scorso (ma era anche in concorso al 57mo Festival dei Popoli di Firenze e nel programma dei film de “Il mese del documentario” 2017; lo distribuisce ZaLab).

Un’immagine da Les Sauters

Alcune di queste storie ci riguardano da molto vicino, altre avvengono in luoghi lontani, in tutto o in parte sconosciuti, territori spesso ostili come i deserti e le cosidette “giungle”. In ogni caso, il linguaggio del cinema ha la capacità di rendere di nuovo visibili, nella loro individualità, i corpi dei migranti, che i media rappresentano da tempo come una sola massa informe, ma anche di restituirci i loro sguardi: dal campo lungo, lunghissimo sino ai primi e primissimi piani…E’ quanto fa, ad esempio, in un film-saggio che è un piano-sequenza di 10′ con camera fissa il regista sloveno Damjan Kozole. Altri autori, scelgono di non inquadrare mai i corpi, ma di restituirci le loro voci, nel fuori campo., come fa Jéremie Reichenbach in Les corps interdits (vedi oltre, mie note da catalogo).

Un’immagine da “Borders”

E’ questo uno degli aspetti che mi ha guidato nelle scelte della sezione competitiva “Diritti Umani, Oggi” nell’ambito della 24ma edizione di Sguardi Altrove Film Festival. Nel programma della sezione spiccavano due anteprime internazionali, alla presenza delle due registe italiane. La prima, Lost Children. Thirty thousand minors missing, di Chiara Sambuchi  riflette sul drammatico e crescente fenomeno delle tratte dei minori migranti che viaggiano da soli (al riguardo proprio ieri, 29 marzo 2017, è stato approvato, dopo un lungo iter legislativo, un testo di legge che regola i diritti dei minori migranti non accompagnati, vedi http://www.vita.it/it/article/2017/03/29/protezione-ai-minori-stranieri-non-accompagnati-approvata-la-legge/142904/,  mentre è in corso di elaborazione la  “Carta di San Gimignano” che dovrebbe essere quanto prima approvata in ambito europeo) .La seconda,  Portami via di Marta Santamato Cosentino,  ci offre il ritratto intimo della famiglia Maccawi, la sua odissea dalla guerra civile siriana all’arrivo in Italia grazie al progetto dei  “corridoi umanitari” (vedi ad esempio altre storie in: http://www.vita.it/it/article/2017/01/31/corridoi-umanitari-cittadini-accolgono-famiglie-siriane-a-varese-rimin/142280/). Il primo film è prodotto dalla tedesca Lava Film (la regista Chiara Sambuchi vive in Germania), mentre il secondo è prodotto dalla Invisibile Film di Gabriella Manfrè.

Un’immagine da “Lost Children. 30.000 Minors Missing”

Un’immagine da “Portami via”

E questo è quanto ho scritto per il catalogo della 24ma edizione di Sguardi Altrove Film Festival (12-19 marzo 2017):

“La sezione non competitiva “Diritti umani, Oggi” di Sguardi Altrove Film Festival apre due finestre su scenari che,  per una parte almeno, si sovrappongono: il dramma globale dei rifugiati e la drammatica guerra civile siriana, con i suoi milioni di profughi e sfollati, di cui proprio nei giorni del festival ricorre il sesto anniversario.

Lungo le rotte dei migranti, scompare non solo l’innocenza ma anche ogni residua umanità. Il corpo di Osman è un paesaggio umano devastato che in Remains of the desert il giovane ma già apprezzato regista tedesco Sebastian Mez (il film ha vinto il concorso cortometraggi al 57° Festival dei Popoli di Firenze) alterna alle immagini possenti, in un bianco e nero lucido e straniante, di una natura inaccessibile. Sono le montagne del Sinai che Osman avrà attraversato nel suo viaggio dall’Eritrea a Israele. Per pura fortuna lui non è tra gli oltre 10.000 eritrei uccisi dopo il rapimento e le torture da parte delle bande di beduini criminali che continuano a operare indisturbate nel deserto. Il cinema si era già incaricato di raccontare questo terribile fenomeno (ricordiamo solo Sound of Torture, 2013, della regista israeliana Keren Shayo, passato da “Sguardi Altrove Film Festival”). Ma il lavoro di Mez è ancor più radicale, prescinde dalla cronaca, scava negli abissi di una malvagità che annulla la nozione stessa di umano.

Una immagine di “Remains of the desert”

Un’immagine di “Les Corps Interdits”

D’altronde, anche se per lo più violati e martoriati, i corpi dei migranti, diventano corpi  proibiti. Il girone estremo è la “giungla”, dove, per definizione, non c’è posto per gli umani. Da quella di Calais (Francia, Europa),  che per oltre un anno e mezzo era stata la più grande baraccopoli a cielo aperto d’Europa, Jéremie Reichenbach,  in Les corps interdits, restituisce a noi soltanto la voce dei rifugiati in trappola: un rap che è poesia, invocazione,  imprecazione, forse solo una ostinata e smisurata preghiera.

Assolte le formalità (mediatiche) di rito, i corpi dei migranti  tornano ad essere invisibili, almeno nella loro individualità: un’unica massa informe, stipata sui barconi, in fila tra la neve, accampata nei campi profughi o nei CIE. E’ questa la geniale intuizione di  Damjan Kozole (classe 1964), affermato regista sloveno che in Borders, in una bella giornata autunnale, al confine tra Slovenia e Croazia, fissa la camera su un piccolo terrapieno e  aspetta che un serpente umano di profughi – sotto stretto controllo poliziesco e militare –  dal campo lunghissimo giunga, lentamente,  davanti  l’obiettivo, a “figura intera”:  qualcuno saluta, altri sorridono, un ragazzino si stacca dal gruppo e guarda in macchina…

Un frame da Borders” di Damjan Kozole

Anche Chiara Sambuchi,  regista italiana che lavora in Germania e presenta qua in anteprima internazionale il suo Lost Children. 30.000 minors missing parte da un primo piano e da un particolare, gli occhi di un ragazzino. Cercherà per tutto il film  quegli sguardi, impertinenti e coraggiosi, o almeno  nelle pause che concede la sua serrata indagine su un fenomeno in crescita esponenziale e  dai tanti risvolti giuridici, sanitari, psicologici, ecc.  Un’indagine condotta secondo incalzanti ritmi televisivi, ma senza mai rinunciare a una forma squisitamente cinematografica – dalla perfetta fotografia a un  montaggio senza sbavature –  tra Italia, Germania, Inghilterra, Francia, e infine nelle stanze ovattate delle impotenti istituzioni europee. Bambini, ragazzi, adolescenti, oltre 200.000 arrivati in Europa dal 2014, ma di  30.000, secondo le stime più pessimistiche,  si è persa ogni traccia. Quanti sono giunti alla loro meta, quanti sono scomparsi? Il corpo migrante qua svanisce, diventa puro numero e statistica.

Sono sempre più stretti i corridoi dell’umanità. Per fortuna, dove non arrivano – per colpa o dolo – le istituzioni (mondiali, europee, nazionali,  locali), sopperisce ancora in tanti casi il terzo settore, con le sue energie, risorse, competenze. E’ il caso del progetto-pilota italiano dei “corridoi umanitari”, il primo nel suo genere in Europa, che apre vie di accesso legali e sicure per i richiedenti asilo, a cominciare dai profughi siriani. Marta Santamato Cosentino,  giornalista ventinovenne, esperta di Medio Oriente, che vive tra Milano e Beirut, realizza con Portami via (anche questo titolo è in anteprima internazionale)  un’opera di sorprendente maturità compositiva: il racconto, tanto lucido quanto emozionante, di una famiglia di profughi siriani, dagli arresti e persecuzioni ad opera del regime di Assad, alla fuga da Damasco, al limbo dei campi profughi libanesi, a una carta d’imbarco con destinazione Torino, per una nuova vita, in una altalena di sentimenti contrastanti, tra dolore, inquietudine, speranza.

Come un genero del capofamiglia  Jamal che, con ogni probabilità,  è oggi uno dei tanti desaparecidos siriani (oltre mezzo milione sono le vittime stimate del conflitto, tra gli undici e i dodici milioni il numero presunto tra persone fuggite dal paese e sfollati interni), anche molti dei giovani amici di Obaidah Zytoon –  conduttrice radiofonica  di Damasco, e co-regista con il danese Andreas Dalsgaard del drammatico e possente The War Show (Venice Days Award alle Giornate degli Autori di Venezia 2016) – non ce l hanno fatta. . Un ritratto della “meglio gioventù” siriana e delle speranze tradite,  in un vibrante “on the road” lungo  il paese, realizzato in diversi anni cucendo materiali frammentari e terminato poi fuori dalla Siria nonostante enormi pericoli per la sicurezza dei registi e del team produttivo.

Ma, se la speranza ancora resiste, sta forse nel timido e smarrito sorriso di una bambina dei campi profughi di Portami via o nelle altre figure di bambini che punteggiano il montaggio di immagini e musica di Peace in Syria (regia e partitura musicale di Carmen Ruiz), un corto prodotto dalla sezione spagnola di Oxfam (nell’ambito del progetto “Musica por Syria”) che insieme ad altre meritorie organizzazioni come Amnesty International, Medici senza frontiere, Emergency, Save the Children, Fondazione Progetto Arca,  ecc. non ha mai smesso di denunciare le violazioni dei diritti umani e di sostenere il popolo siriano nella prova più terribile della sua storia.

Chiudono il  programma della sezione Dove fioriscono le rose,  sintesi finale dei corti ideati e realizzati dai partecipanti al workshop produttivo “Roma, città dei migranti. Tre generazioni, un racconto” (Casa del Cinema, settembre 2016) promosso da Sguardi Altrove Film Festival e Milano Film Network e condotto dal regista Paolo Martino e la proiezione speciale di  Ninna Nanna prigioniera di Rossella Schillaci, uno squarcio intimo e partecipe sulla vita quotidiana delle madri detenute e dei loro bambini e sui loro diritti (il film ha ricevuto il patrocinio di Amnesty International-Sezione Italiana)”.

(Sergio Di Giorgi, dal catalogo della 24ma edizione di Sguardi Altrove Film Festival)

Stay tuned!

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