‘Voi siete Li’. Mappe del viaggio e autonarrazione nel cinema di Andrea Segre.

La memoria necessaria.

Giusto dieci anni fa, con  Come un uomo sulla terra  (2008, co-diretto con il  documentarista etiope Dagmawi Yimer), Andrea Segre (41  anni, originario di Padova, Italia, profondo Nord, e cittadino del mondo) portava a noi, senza mediazioni, il racconto in presa diretta delle moderne Odissee di quelle persone che ormai indistintamente chiamiamo migranti: uno di quei termini comodi e flessibili (un altro e più trasversale esempio è diversi) frequentemente trasformati in nomi collettivi per meglio catalogare gli esseri umani.

In una recente intervista  (di Chiara Spadaro per  “Altraeconomia”), il regista mette in guardia sull’ipocrisia insita proprio nei vari termini con cui designiamo le persone che arrivano sul nostro territorio. Vi è infatti spesso sottesa la volontà  di limitare il nostro intervento solo a quanti  abbiano un formale titolo giuridico all’accoglienza, mentre “dovremmo guardare ai bisogni delle persone e parlare di diritto alla mobilità: la possibilità di ciascuno di muoversi”. Segre evoca qui  un approccio giuridico e concettuale strategicamente più avanzato rispetto  alla più globale  questione migratoria, approccio che era alla base anche della “Carta di Palermo” del marzo 2015,  di cui riportiamo l’incipit : “I problemi legati alle ormai quotidiane migrazioni devono e possono trovare soluzione solo se si inseriscono nella cornice della mobilità come diritto. Bisogna cambiare approccio: dalla migrazione, appunto, come sofferenza, alla mobilità come diritto (corsivo nostro). Nessun essere umano ha scelto, o sceglie, il luogo dove nascere; tutti devono vedersi riconosciuti il diritto di scegliere il luogo dove vivere, vivere meglio e non morire”.

Sin dall’inizio attratto dai temi delle culture e dei popoli marginali (il suo primo documentario, datato 1998, parlava dello sterminio dei popoli zingari)  il cinema di Segre ci accompagna, film dopo film (la sua filmografia conta oggi oltre venti titoli),  verso un altro punto di vista, quello dell’ altro da noi, e, al contempo,  svela i meccanismi politici e mediatici  che influenzano e modellano, sul piano sociale, il rapporto tra noi e gli altri. Meccanismi che, ad esempio, indirizzano, in quantità e qualità,  i flussi migratori o le politiche (o le non politiche) di accoglienza/integrazione vs quelle di respingimento/contenimento; o che sorreggono le famose  “narrazioni” (un ben noto case-study  è quello che nei mesi scorsi, e nel volgere di poche settimane,  ha visto rovesciare la narrazione, per l’appunto, sul ruolo svolto da tempo dalle ONG nelle operazioni di recupero e salvataggio nel Mediterraneo). L’approccio e gli obiettivi di quel cinema sono del resto gli stessi alla base del lavoro di produzione e distribuzione dell’associazione ZaLab di cui Segre è uno dei fondatori: sviluppare le capacita di auto-narrazione di comunità gruppi e persone che si trovano in condizioni di marginalità e/o debolezza sociale, come sono sempre anche i migranti (a maggior ragione se “economici”); coinvolgere attivamente le comunità e i quartieri (come nel caso del progetto Flying Roots nel quartiere Esquilino di Roma); creare, grazie anche all’attivazione di circuiti di distribuzione civile, ovvero non commerciali, delle opere prodotte, contesti sociali favorevoli all’auto-narrazione (sulla mission dell’associazione si veda questa intervista a Mario Aiello, un altro dei soci di ZaLab).

Era stato proprio Come un uomo sulla terra, visto più che nelle sale cinematografiche (nel 2008 ancora sostanzialmente chiuse al cosidetto “cinema del reale”), in svariati ambiti culturali, educativi, associativi,  ecc. a portare a noi, tra i primi,  le orribili testimonianze di coloro che fuggivano dall’Africa sub-sahariana attraverso la LIbia. Quel film fu anche uno tra i primi a denunciare “non solo l’atrocità della polizia e dei contrabbandieri libici nei confronti dei migranti, ma sopratutto il sostegno economico e logistico dell’Europa e dell’Italia che, pur avendo le informazioni su questa violenza, preferivano stare in silenzio” (come scriveva sul suo blog  Andrea Segre, a proposito della “necessità della memoria”). E, sempre a proposito di memoria (purtroppo assai corta ormai in Italia), non va dimenticato che già nel febbraio 2012, la Corte Europea dei Diritti Umani, con una storica sentenza, aveva condannato il nostro paese per le politiche di respingimento ed espulsione dei  migranti praticate proprio dal governo Berlusconi-Maroni ai sensi della legge “Bossi-Fini” e alle quali si riferiva quel film, come pure il successivo Mare chiuso (2012).

In anni più recenti (in particolare dal 2011, data del suo primo, pluripremiato lungometraggio Io sono Li), il cinema di Andrea Segre ha registrato un costante travaso tra documento e finzione. Ma occorre  intendersi sulle parole. Cinema come documento è per Segre la ricerca di una verità dei fatti – verità spesso artatamente nascosta da chi ha il potere e l’interesse a farlo –   ma che per essere credibile deve essere “oggettiva”, documentale (l’etimo di documento rimanda all’insegnamento e all’esempio). Un cinema che, in senso ancora una volta etimologico e parafrasando il titolo di un recente saggio di Dario Zonta, compie una vera e propria “invenzione del reale” – che nasce da e ritrova ad ogni passo il reale –  anche, s’intende, nelle storie  di “finzione” (storie che,  come nel caso del suo terzo e più recente lungometraggio L’ordine delle cose, riescono a raggiungere pubblici più vasti e compositi, scontando per questo l’adesione a qualche compromesso sul piano narrativo, qua la mia recensione su Cinecriticaweb”).

Traceability is Credibility: tracciare le mappe, perchè il racconto sia creduto.

Il cinema di Andrea Segre, dunque, muove da un approccio a un tempo e indissolubilmente etico ed estetico, narrativo (e auto-narrativo) e pedagogico. Questo doppio registro informa in maniera assai esplicita la struttura del documentario del 2014, Come il peso dell’acqua, firmato da Segre insieme a Giuseppe Battiston, Stefano Liberti e Marco Paolini (trasmesso su RAI 3 nel primo anniversario della tragedia del 3 ottobre 2013 quando di fronte all’isola di Lampedusa morirono 368 migranti, quasi tutti eritrei) In piano ravvicinato ascoltiamo le storie terribili di tre donne  – Gladys, partita dal Ghana nel 2004, Semhar, che ha lasciato l’Eritrea nel 2009, e Nasreen, siriana, anche lei partita per l’Europa, nel 2013 –  che rievocano il loro viaggio infernale verso l’Europa, la  fame, la sete, gli stupri, le violenze. I loro racconti si inscrivono però in una scenografia ben precisa:  un teatro di posa dove Giuseppe Battiston – che rappresenta un uomo bianco, ben vestito, di media cultura – dà vita a uno straniante monologo fatto di dubbi, domande, ignoranza, paura,  mentre Marco Paolini è un cartografo che localizza per noi su una enorme mappa d’Europa stesa ai suoi piedi (e inquadrata dall’alto) i tanti muri sorti per sigillare i confini tra le nazioni europee e tra queste e l’Africa per far sì, in ultima analisi,   “che non arrivino più”,  secondo la “strategia del tappo”, intuitiva ed efficace espressione coniata da Emma Bonino, come ricorda il regista in una recente conversazione a tutto campo con Alberto Crespi. Le parole, i silenzi, i gesti delle donne, le immagini d’archivio dei ritrovamenti sul fondo del mare dei corpi dei naufraghi del 3 ottobre, la minuziosa ricognizione geo-politica di Paolini, gli oggetti reali e simbolici che affollano via via la scena, tutto questo, in un continuo rimando tra diversi punti di vista,  aiuterà, tanto con l’emozione che con la ragione, l’uomo-medio  Battiston a capire e forse a sciogliere alcuni dei suoi dubbi.

Come il peso dell’acqua. – Marco Paolini

Come il peso dell’acqua – Giuseppe Battiston

Questo impianto drammaturgico – che ha ricordato a Leonardo De Franceschi i “critofilm” sull’arte – è sicuramente debitore delle grandi lezioni  del “teatro sociale” e di narrazione di Paolini e Battiston. A me ha evocato anche il tentativo, che mi pare di riscontrare in molti artisti di diversa estrazione e cultura, di affrontare il dramma dei migranti con l’obiettivo dichiarato di cercare e/o di ricostruire  una “memoria visuale” e  “documentale”, nello spazio e nel tempo,  del loro viaggio. Un modo per salvare dall’oblio – e dall’oblio di una morte anonima e clandestina che in tanti casi ne è il tragico esito – alcune tracce di quel viaggio. Sono reperti, spesso oggetti di uso comune, reali e al tempo stesso simbolici, in grado di ricondurci alla identità e memoria personale di quelle persone (uomini, donne, anziani, adulti, ragazzi, bambini) e, in definitiva, alla nostra identità e memoria. E’ questo lo sguardo nuovo, profondo, intenso come l’ascolto della loro voce (e dei loro silenzi) che puo’ opporsi alla dilagante rappresentazione mediatica del corpo dei migranti come un’unica massa indistinta, come pure alla tendenza alla spettacolarizzazione ed estetizzazione, del loro corpo come pure della loro morte (che a volte, purtroppo,  ritroviamo anche nel cinema che tratta di questi temi).  Pensiamo dunque, a puro titolo  di esempio, ai lavori del fotografo documentarista Francesco Giusti, in particolare da In Case of Loss del 2011 a The Rescue del 2015 (ne parla in particolare qua Giovanna Gammarota). O al progetto partecipativo dell’artista irlandese Bryan Mc Cormack (che per oltre un anno ha lavorato con centinaia di profughi di diverse nazionalità chiedendo loro di realizzare tre disegni distinti sul passato presente e futuro della loro vita), Yesterday/Today/Tomorrow: Traceability is Credibility  presentato nei mesi scorsi alla Biennale d’Arte a Venezia.

Bouchra Kalili. The Mapping Journey Project

Spesso proprio l’atto di ripercorrere sulle mappe geografiche e con la voce over degli stessi protagonisti il viaggio compiuto dai migranti diviene il fulcro del progetto, come nel caso di The Mapping Journey Project della giovane artista franco-marocchina Bouchra Khalili (incluso nella Mostra “La terra inquieta” vista nei mesi scorsi a Milano, qua una intervista al curatore), 

Il cinema, dal canto suo, che lavora su tante dimensioni, sensoriali, emozionali, cognitive, può dispiegare in questo tutta la sua potenza. Il lavoro di Andrea Segre lo testimonia in maniera efficace.


Lo sguardo delle donne. Per un punto di vista “mobile”.

“Ho raccontato molte storie di donne anche in passato. A volte è il caso che mi ha portato da loro, ma l’aumento della presenza femminile nel corpo migrante è un dato di fatto e un segno di quanto diventi sempre più pesante il divieto di muoversi nella vita di tante persone (…) entrando nell’archivio di Ibi e dandole la voce del racconto, ho capito che il primo desiderio di un migrante che riceve un permesso di soggiorno è tornare a casa”.

In questo passaggio (tratto dall’intervista, già citata, su AltraeconomiaSegre parla della protagonista del suo più recente documentario, Ibi, una donna che aveva sbagliato (accettando una missione da corriere della droga tra Nigeria e Italia e scontando poi tre anni in carcere a Pozzuoli), ma che a partire da quell’errore aveva intrapreso in Italia – in quell’incredibile crogiuolo multietnico che è Castel Volturno e il litorale domiziano –   un percorso tutt’altro che facile di riscatto, lontana dai figli e dalla madre anziana rimasti in Africa, con l’aiuto di un nuovo compagno e della fotografia (ho parlato qua, sempre su Cinecriticaweb, di Ibi).

Ma Ibi (Ibitocho Sehounbiatou, nata in Benin, cresciuta in Costa d’Avorio, in Italia dal 2000 sino alla sua morte prematura nel 2015) è solo l’ultima, in ordine di tempo,  delle donne alle quali Segre dà la parola e restituisce identità e dignità. Nel suo primo, poetico e sanguigno a un tempo,  lungometraggio di finzione Io sono Li  il regista attiva,  a nostro avviso,  un progressivo slittamento del punto di vista. Da quello della comunità chiusa e provinciale dei pescatori di Chioggia, abituali avventori del bar dove giunge a lavorare una giovane donna cinese, di nome Li, a emergere via via, e a farci da specchio,  è proprio lo sguardo soggettivo della nuova arrivata, la straniera, la misteriosa (bravissima l’attrice Zhao Tao), che troverà, nè poteva essere altrimenti, affinità elettive con un altro straniero, per quanto già da tempo inserito nel contesto, Bepi, un “poeta” che guarda il mondo da una diversa prospettiva e possiede una piccola baracca di legno sospesa, come una palafitta, sulla laguna.

Un’immagine da “Io sono Li”, 2011

 

 

 

 

 

Di come i diversi punti di vista – tra l’ autonarrazione delle donne testimoni e il laborioso lavoro di “messa in scena” – si incrocino in Come il peso dell’acqua abbiamo già detto. Negli ultimi due suoi lavori, da poco apparsi anche nelle sale italiane, Segre in qualche modo radicalizza, ma in direzione opposta nell’uno e nell’altro caso,  la sua scelta del punto di vista. Per il suo terzo lungometraggio  L’ordine delle cose assume  programmaticamente il punto di vista a lui più “estraneo”, quello di Claudio RInaldi, un poliziotto esperto, in missione per conto del Ministero dell’Interno nel difficile e complicato scenario libico. A spingerlo, la curiosità di ogni vero narratore: voler “entrare nella testa di questa gente, provare a raccontare il mondo come lo vedono loro” (dalla conversazione già citata con Alberto Crespi). Se le vicende del film  ruotano intorno al suo protagonista maschile, anche il punto di vista femminile,  pur restando in secondo piano (come il personaggio della moglie del poliziotto),  ha un peso forte nello svolgimento del plot. E’ lo sguardo di una donna somala, Swada, nella bolgia di un centro di detenzione libico, a “scegliere” Rinaldi  e affidargli – racchiusi in una micro scheda per computer, anch’esso in fondo un piccolo ma importante reperto salvato dall’odissea di mare e di deserti del suo viaggio  – i dati e i contatti della sua vita e insime la speranza di poter un giorno riabbracciare il marito,  che nel frattempo ha raggiunto la lontana Finlandia, il sicuro sole del Nord” per dirla con la regista Irene Dionisio.

Al contrario, in Ibi, Segre  assume per intero il punto di vista della donna: è lei che si racconta a noi, con la sua voce, ma soprattutto con le sue foto e con i suoi video, pubblici e  privati  girati nei lunghi anni di permanenza in Italia, sino alla sua prematura morte. Al regista (e al suo collaboratore e socio di ZaLab Matteo Calore con il quale ha sviluppato l’idea del film e che ne cura la fotografia) resta “solo” da comporre in un montaggio coerente e credibile le tante immagini, le loro diverse fonti, e la ricchissima polifonia, umana e politica,delle  voci della comunità italiana e di quelle africane.

 

Postilla. Contro il disordine delle cose

Crediamo che lo sguardo delle donne e il loro racconto in prima persona continuerà a caratterizzare la ricerca umana e artistica di Andrea Segre. Intanto, il suo lavoro cinematografico sulle tematiche delle migrazioni e della marginalità appare sempre più indissolubile da quello di operatore sociale e culturale, che lo rende oggi un punto di riferimento per tanti movimenti,  associazioni, singoli cittadini. Lo testimoniano progetti trasversali come quello di “Fuori Rotta“, il suo blog, il sito dedicato al film L’ordine delle cose che contiene un interessante pamphlet che ha accompaganto l’uscita dal film sin dall’anteprima veneziana, e, da ultimo. l’iniziativa del forum “Per cambiare l’ordine delle cose”  promosso da Amnesty Italia, MSF Italia, Banca Etica, Naga, Medu, ZaLab e JoleFilm  per il prossimo 3 dicembre a Roma.

N.B. Per ulteriori notizie e per i video anche della plenaria conclusiva si veda la pagina Facebook “Per cambiare l’ordine delle cose-Forum nazionale Roma” all’indirizzo https://www.facebook.com/events/157139921556193/

Stay tuned!

 

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